caricatura Vittorino AndreoliSono nato a Verona il 19 aprile 1940. Come mi piace dire, appena in tempo per vivere al completo la Seconda guerra mondiale (l'Italia entra in guerra il 10 giugno 1940).
Credo che il mio primo ricordo si leghi proprio alla guerra: sono in braccio a mia madre, mentre lei corre in strada per raggiungere il vicino rifugio antiaereo.
La mia famiglia abitava a Verona in via S. Chiara al n. 5, e si doveva raggiungere quel luogo "sicuro" situato nella piazza antistante all'ingresso del Teatro Romano.
Ricordo ancora che in quel luogo sotterraneo, pieno di gente, veniva tolta la luce quando il rombo degli aerei pareva essere proprio sopra di noi.
Sono il secondogenito di tre figli. Ad aprire la serie è stata mia sorella Ester, di due anni maggiore, nata il 19 giugno 1938; a seguire mio fratello Silvano nato il 18 maggio 1945.
Mio padre, Luigi , rimase orfano di padre quando aveva 11 anni, ed era il maschio più anziano di cinque figli (3 femmine e 2 maschi); era nato l'11 giugno 1911.
Presto interruppe la scuola e iniziò a lavorare, seguendo la professione di mio nonno che era muratore, e che da poco era rientrato dalla Germania dove, come avveniva per molti, si era recato a lavorare per aiutare la famiglia che si trovava costantemente in lotta con la povertà.

Mi raccontava che ogni mattina si alzava molto presto, e poiché la famiglia era di Mizzole (in Valpantena) percorreva a piedi 5 km per portarsi in un cantiere dove aveva incominciato come manovale.
Dotato di una forte determinazione e deciso a cambiare la propria storia, frequentò le scuole serali per prendere il diploma di "capomastro edile" che conseguì nel 1941 o '42. Con questo titolo, che allora permetteva persino la "piccola" progettazione, fondò un'impresa edile (l'impresa Andreoli Luigi). Poté così, subito dopo la guerra che aveva distrutto Verona, partecipare alla ricostruzione della città, e la sua impresa acquisì una dimensione via via più rilevante.
Quando io terminai le scuole medie, mi spinse a iscrivermi all'Istituto tecnico per geometri, non solo con l'idea di inserirmi nell'attività di famiglia, ma soprattutto perché quella era la via più diretta per affiancarlo nell'impresa edile, con un "grado" superiore e quindi con la possibilità di contribuire significativamente al suo sviluppo.
Anche mia sorella era stata indirizzata a un istituto che le dava competenza per diventare segretaria d'azienda, e anche lei era immaginata all'interno della medesima impresa.

Nel 1946, quando la mia famiglia si trasferì dall'appartamento di via S. Chiara in quello, di proprietà, di via N. Mazza al n. 65, in una casa che egli aveva acquistato e ricostruito, avevo ben presente il mondo delle costruzioni, perché al piano terra c'era un grande magazzino, in cui sovente andavo a giocare e che conteneva materiali e macchine proprie dell'attività del costruire.
Ma, prima di proseguire, devo accennare a mia madre, dedita sempre alla casa e alla famiglia, nata il 21 giugno 1916 in Vallonga (nel comune di Caprino Veronese).
Si incontrarono a Verona dove lei lavorava come domestica presso una famiglia borghese. Secondo lo stile dominante di allora, viveva permanentemente in quella famiglia.
I nonni materni erano mezzadri di un largo podere che confinava con l'eremo dei Camaldolesi della Rocca del Garda. curriculum
Anche di questo luogo i miei ricordi risalgono al periodo della guerra, dove – dopo l'8 settembre del 1943 – andammo sfollati per diminuire il rischio dei bombardamenti sulla città, ma anche perché mio padre potesse essere maggiormente protetto per la sua posizione di antifascista (sia pure non come attivista).Si sono sposati il 26 dicembre 1937.
Donna di forte volontà e di grande resistenza alle fatiche, instancabile nella dedizione alla casa, era sempre disposta a prendersi cura e ad aiutare componenti delle due famiglie, la propria e quella del marito.
Non vi è dubbio alcuno che mio padre seppe imprimere un salto, una vera metamorfosi allo stile che dominava le generazioni che lo avevano preceduto. E così si può dire di mia madre che, pur con compiti diversi (amministratrice di casa), aveva contribuito al salto sociale rispetto alle generazioni passate, anche della propria famiglia.
Fino a mio padre tutto sembrava immobile e fatale: da una parte una storia di muratori, dall'altra parte una di contadini al lavoro su terra di altri.
Si può anzi dire, dando una colorazione mitologica alla piccola storia di famiglia, che mio padre è stato l'"eroe" che ha rotto un destino che pareva cristallizzato, e ha imboccato una via che non si sarebbe mai dovuta interrompere. Da lui io ero designato a portare avanti l'avventura e a prendere il testimone dell'impresa, che assumeva progressivamente dimensioni sempre più grandi, capaci di dare alla famiglia un benessere che allora doveva sembrare un vero miracolo.
Nel 1968 venne insignito del titolo di Cavaliere della Repubblica Italiana, proprio per i meriti acquisiti nella sua professione in campo pubblico.
Ma ecco cosa accadde.

Nel 1958 terminai l'Istituto tecnico per geometri con risultati eccellenti, e divenni un professionista. Furono cinque anni di grandi soddisfazioni per mio padre: mi portava sovente sui cantieri e mi parlava come se dovessi assumere, anche se ancora studente, compiti e responsabilità.
Al 3° anno io capii che, nonostante i risultati a cui tenevo molto per mio padre, sia quella scuola, sia la professione che ne derivava non corrispondevano ai miei desideri. A partire da quel 3° anno, oltre a studiare le materie del corso, in segreto mi dedicai allo studio di latino, filosofia e matematica, così come era richiesto a chi frequentava il liceo scientifico. L'idea era quella di concludere gli studi dell'Istituto tecnico, e successivamente di fare gli esami per ottenere il diploma di maturità scientifica. Questo mi avrebbe permesso l'accesso all'università, negato invece alla scuola che frequentavo.

Nel 1959, il 2 luglio, superato l'esame di geometra, trovai il coraggio per confessare a mio padre che a settembre avevo intenzione di partecipare alla maturità scientifica seguendo il sogno di iscrivermi alla facoltà di medicina per diventare uno psichiatra.

Mio padre rimase per un po' muto, ma valutato quel mio desiderio e la straordinaria determinazione che si nascondeva in quel "per fare lo psichiatra", non solo non mi sbarrò la strada, ma mi sostenne. Capii che la decisione era comunque per lui drammatica, perché significava interrompere il suo sogno, in cui c'ero io come prosecuzione. Era come se la sua storia senza di me non potesse avere altri capitoli e dunque non entrava nella sua mente la possibilità che altri potessero svolgere il compito che, con l'acquisita professione, avrei svolto.
Mi presentai agli esami di maturità scientifica. Ottenni voti straordinari in tutte le materie, con l'eccezione della matematica. Ma colsi il grande risultato di essere ammesso a frequentare l'ultimo anno.
In quell'anno conobbi un mondo di grandi stimoli, dove potei esprimere ancor meglio i miei interessi. Ottenni un grande risultato agli esami, stabilii un rapporto profondo con il mio professore di filosofia.
Mi iscrissi finalmente all'Università di Padova, facoltà di Medicina e Chirurgia. Il 2 novembre 1960 vi arrivai. Avevo vinto un posto nel Collegio universitario Don N. Mazza (lo stesso personaggio, da cui prendeva il nome la via dove abitavo). Il concorso per il Collegio prevedeva che i primi 3 classificati godessero di un posto gratuito per il 1° anno, e che , se avessero mantenuto i risultati accademici e avessero espresso il medesimo livello in graduatoria, avrebbero esteso quel privilegio.
Accadde per tutti i 6 anni di corso.

La scelta per la psichiatria e sembrava radicata nella mia mente. Ho potuto fin dall'inizio verificare una mia maggiore dedizione a quanto si avvicinava alla psichiatria, anche se come disciplina si collocava nell'ultimo anno della Facoltà. Ricordo che nello studio delle ossa, uno dei capitoli dell'anatomia umana, il mio più forte interesse era rivolto allo studio delle ossa del cranio. Naturalmente ancora maggiore è stata la mia dedizione all'anatomia del loro contenuto, il cervello. A indicare questa "strana" passione che si collocava come una sorta di imprinting nelle mie decisioni, devo ricordare l'importanza che ha avuto il 1959.
Come dicevo ero uno studente del V Liceo Scientifico, e quindi su una carreggiata che mi conduceva alla Facoltà di Medicina, viatico per giungere alla psichiatria. In quell'anno chiesi al Direttore del Manicomio di Verona, il San Giacomo della Tomba, di poter visitare quel luogo della follia. Va ricordato che era una sorta di città della follia, separata dalla città della normalità.
Mi condusse nei dieci padiglioni, cinque per gli uomini e cinque per le donne, che ospitavano i 1200 "matti" della città e della Provincia di Verona.
Erano distinti a seconda dei numeri ordinari: I°, II°... V°, rispettivamente maschili e femminili. Mi resi conto che la numerazione rappresentava la vera diagnosi, in quanto esprimeva il grado di "pericolosità" dei suoi ospiti. Un matto del V° significava che era "legato" stabilmente, proprio perché poteva "essere di danno a sé e/o agli altri".
Ricordo ancora il silenzio attonito che mi accompagnò in quel viaggio che certamente ricordava un inferno dantesco non più nell'espressione letteraria, ma in quella concreta.
Stranamente ciò aumentò ancor più il mio interesse, il fascino, come se prendessi coscienza di un luogo in cui c'era bisogno di tutto. E anche di me.
Ma questo richiamo è per il momento rivolto al termine di quell'ispezione che durò tutta una mattina. Alla fine il direttore mi condusse in una piccola casa all'interno del grande parco dell'ospedale. Era l'atelier di pittura dove sei donne e sei uomini, rigidamente separati, erano intenti a disegnare o a dipingere.
Sembrava un paradosso del manicomio, la follia con i pennelli in mano: la insania pingens.
Mi raccontò che quel luogo era nato due anni prima, nel 1957, a seguito di un evento che definì banale: un malato del V° con un pezzo di mattone, raccolto nel cortile, si era messo a tracciare dei segni sulle pareti da non molto imbiancate del reparto. Fu naturalmente preso e gli fu impedito di continuare, e per esserne certi gli fecero indossare la camicia di forza.
Ogni volta che quello schizofrenico veniva lasciato libero era portato a tracciare dei graffiti sulla parete.
Mi disse che la cosa giunse alle orecchie di uno scultore scozzese, Michael Noble, il quale – di tanto in tanto – veniva per qualche giorno curato per una tendenza eccessiva all'alcool.
Questi aveva sposato la contessa Ida Borletti e viveva in una grande villa sul lago di Garda.
Lo scultore si adoperò perché quel paziente venisse lasciato libero, come unica condizione per creare e donò una somma di denaro per fare in modo che non solo non venisse impedito a quel malato, Carlo Zinelli, di dipingere ma gli fossero offerte delle condizioni per poterlo fare nel migliore dei modi, come accade per i pittori nella "città dei sani".
Da qui l'origine di quell'esperienza che si era potuta allargare agli ospiti del manicomio che mostravano una qualche tendenza al disegno e alla pittura.
Dopo questa breve storia, mi disse una cosa che mi colpì ancor più: mi invitò a ritornare e a frequentare proprio l'atelier di pittura, anche perché agli psichiatri la cosa sembrava una "pura follia".
Ritornai il giorno dopo, ma anche quando vivevo a Padova il fine settimana correvo in manicomio e la domenica, quando l'atelier chiudeva, portavo a casa un pittore "matto" e trascorrevo con lui il giorno di festa.
Insomma, mentre studiavo anatomia, microbiologia, istologia... discipline lontane ancora dalla follia, io vivevo già con i "matti" e dentro il manicomio.
Due attività che parevano separate ma che nella mia testa erano invece perfettamente integrate.
Gli anni dell'Università non incisero per nulla sulla mia scelta "deterministica", e non trovai alcun altra disciplina che potesse competere con il fascino della follia; semmai ero fortemente attratto o allontanato dai professori, da "color che sanno".
In modo particolare mi colpì il professor Massimo Aloisi che era il docente di Patologia Generale.
Le sue lezioni erano guidate dalla razionalità, e nel presentare le diverse patologie umane costruiva dei veri e propri sistemi logici che si allontanavano decisamente dall'empirismo che avevo invece colto negli altri corsi di insegnamento. La sua fama, del resto, era quella di ottimo scienziato, e non vi è dubbio che la scienza usa una metodologia nel rispetto pieno della razionalità.
Non ultima era la sua appartenenza alla sinistra storica che per molti anni egli aveva espresso all'interno del partito comunista da cui era uscito nel 1956, a seguito dell'invasione dell'Ungheria da parte dei sovietici. Anche da questo punto di vista era un'eccezione tra i professori, che per lo più erano conservatori e borghesi.
Devo ammettere che l'insieme di queste tre caratteristiche me lo rendeva di particolare fascino. Del resto proprio nel 1959-1960 ero uscito dall'Azione Cattolica, anzi ne ero stato espulso per aver letto le opere di Marx e di Engels, quando era prescritto all'interno del movimento cattolico di avvicinare questi due autori solo attraverso volumi scritti da cattolici, quindi solo in maniera indiretta.
Superato l'esame di Patologia Generale, andai a trovarlo e gli chiesi di poter entrare come interno nell'Istituto da lui diretto, con l'idea di elaborare la tesi di laurea in quella disciplina e sottolineai, ingenuamente ma con determinazione, che avrei voluto lavorare direttamente con lui.
La richiesta suonava stonata, perché gli studenti erano sempre seguiti dai suoi collaboratori. Ma accettò, e così dopo qualche mese di frequentazione iniziai una ricerca sperimentale per la mia tesi, a cui dunque potevo dedicare tre anni di lavoro dal momento che l'insegnamento di Patologia Generale apparteneva al 3° anno di corso.
Il professor Aloisi si era sempre occupato, e continuava a farlo, di ricerca di base e degli eventi patologici che riguardavano la muscolatura volontaria.
Ero consapevole di essere, questa volta, lontano dalla follia e dal suo organo di riferimento: il cervello, ma avevo appreso che la metodologia scientifica è una vera e propria via di conoscenza che non muta con l'oggetto dello studio, ma viene sempre applicata con gli aggiustamenti richiesti dal muscolo piuttosto che dal cervello. In sostanza mi ero convinto che gli anni che avrei trascorso qui, in un Istituto di fama scientifica, avrebbero costituito il fondamento anche per occuparmi di quella follia di cui sapevo poco, ma certamente tutto quanto avrei desiderato sapere doveva avere lo statuto della ricerca scientifica. Ben lontano da una concezione puramente storica dell'evoluzione delle concezioni letterarie e magiche intorno a questo comportamento umano.
Occorreva frequentare l'Istituto con assiduità, e incominciai la parte sperimentale.
La mia vita di studente si stava veramente complicando, perché dovevo sostenere gli esami conseguendo elevate votazioni per mantenere il privilegio in Collegio, poi mi occupavo ormai come responsabile dell'atelier di pittura del manicomio dal quale traevo dati di grande interesse tra schizofrenia e linguaggio-non verbale (tanto da aver pubblicato su questo tema il mio primo lavoro scientifico nel 1962) e inoltre ero impegnato all'Istituto di Patologia Generale, nel quale lavoravo direttamente con il Professore.

Mi laureai il 2 luglio 1966 con una tesi sperimentale dal titolo: "Aspetti sulla struttura periodica del muscolo striato del ratto e modificazioni causate da RNAasi" con il massimo dei voti e la lode.
Chiesi al professor Aloisi di restare nell'Istituto per poter approfondire la ricerca sulla stria Zeta, nella convinzione di dedicarmi ben presto al cervello invece che al muscolo striato.
Nei sei mesi che seguirono potei meditare più a lungo su due problemi che si erano profilati chiaramente: scegliere tra dedicarmi alla ricerca oppure alla clinica; e nel primo caso se cambiare decisamente tema dedicandomi alle patologie muscolari che erano frequenti nei bambini in modo particolare.
Nel frattempo entravo nelle Commissioni d'esame, tenevo qualche seminario e persino qualche lezione.
Il dilemma si sciolse nel dicembre di quell'anno quando il professor Aloisi mi disse che non poteva dedicarsi al cervello, e quando ricevetti una lettera dal Direttore dell'Istituto di Farmacologia di Milano che mi dava la possibilità di lavorare in quel suo grande Istituto in cui i farmaci psicotropi erano usati come strumenti per comprendere il funzionamento del cervello.
Non ci sono misteri in questa lettera da Milano, semplicemente il direttore del manicomio, il prof. Cherubino Trabucchi era il fratello del direttore dell'Istituto di Farmacologia (il professor Emilio Trabucchi), che gli aveva parlato di me e persino del libro che nel 1966 avevo scritto su un pittore folle, Carlo Zinelli, e che era stato posto in un'importante serie di opere in Francia.

Il 2 gennaio 1967 presi servizio a Milano. In febbraio partecipai al concorso per un posto di assistente ordinario che vinsi e divenne operativo dal 1° marzo.
Da questo momento la mia condizione era la seguente: lavoravo nel manicomio con i matti pittori; apparentemente avevo deciso di fare il ricercatore sul cervello (oggi si direbbe dedicato alle neuro-scienze); ero assistente all'Istituto di Farmacologia.

A questo punto va sinteticamente ricordato in ognuno di questi campi ciò che ho realizzato. curriculum
Partiamo dalla mia dimensione di ricercatore sul cervello.
Conoscevo la metodologia scientifica, ma non avevo alcuna esperienza pratica sul sistema nervoso centrale e periferico.
In quel tempo l'attenzione sul funzionamento di questo complesso organo era centrata sui neuromediatori: sulla serotonina, noradrenalina, dopamina e acetilcolina. Il professore Emilio Trabucchi mi parlava dell'importanza della serotonina e in particolare di un suo amico, il professore Vittorio Erspamer, a cui si doveva la scoperta. Così grande che, a suo giudizio, meritava il Nobel.
Me ne convinsi facilmente in pochi giorni passati nella Biblioteca dell'Istituto.
Occorre ricordare un particolare strano: nell'Istituto lavorava come visiting professor il dottor Jacono G., un americano che aveva scelto l'Istituto per il suo anno sabbatico.
Lavorava sulle piastrine e negli incontri casuali che avevamo, parlando di lavoro mi raccontò che queste formazioni del sangue erano ricchissime di serotonina, la quale era contenuta in alcune vescicole, specie di depositi, da cui in certe circostanze veniva rilasciata e in altre immagazzinata. Egli aveva inventato una tecnica per rompere le piastrine e concentrare le vescicole, interessato a capire qual era la funzione della serotonina nella coagulazione.
Lavorai con lui e così appresi quella tecnica.
Avevo del resto scoperto nelle mie letture, – e me ne aveva accennato Jacono – che nel S.N.C. anche la serotonina era contenuta in certe vescichette situate nel contatto tra due cellule nervose, e che si liberava permettendo così il passaggio di un impulso nervoso da una cellula all'altra.
Seppi che a Cambridge, in Inghilterra, il dottor Victor Wittacker aveva inventato una tecnica per separare le vescichette di serotonina dal S.N.C..
Mi precipitai nello studio del professor Trabucchi e gli dissi che avrei voluto andare a Cambridge. Mi pareva questa la strada per poter finalmente accedere al cervello.

Il 1° di settembre partii per Cambridge, al Department of Biochemistry in Tennis Court Road al n. 4, essendo stato accettato per compiere il mio fellowship.
Così cominciò il mio anno di ricerca in un luogo di grande significato scientifico. Ricordo che nel Dipartimento di Biochimica lavorava un premio Nobel e che nell'università di Cambridge di Nobel in totale ve n'erano nove.
Non si trattò di un periodo in sé concluso, piuttosto si rivelò la porta per continuare a lavorare nella ricerca sul funzionamento del cervello in altri laboratori di prestigio.
A Cambridge in quello stesso periodo lavorava il dottor Leonard Ross, professore di neuroanatomia al Cornell Medical College di New York. Lavorava al microscopio elettronico per scoprire le caratteristiche della struttura di quei piccoli otri pieni di serotonina, che io ormai sapevo separare dalle diverse aree del S.N.C..
Mentre stava per concludersi l'esperienza di Cambridge, mi invitò ad andare presso la Cornell a lavorare con lui come visiting professor.
Dissi di sì e lui mi chiese del tempo per trovare i fondi.

Il 2 gennaio del 1970 partii per New York e passai quell'anno in un ambiente veramente straordinario, poiché ero all'interno di quella grande struttura al n. 1300 di York Avenue, che metteva insieme Istituti di ricerca e Reparti clinico-terapeutici.
È proprio vero che in quel periodo la ricerca, negli USA, era rappresentata da un'ampia rete che teneva uniti tutti i centri di ricerca e che rendeva possibile conoscere i singoli interessi non solo attraverso le pubblicazioni scientifiche, ma nei Congressi.
Nell'anno passato a New York, oltre a lavorare nei laboratori del dottor Ross, dovevo recarmi all'Albert Einstein Hospital perché seguivo un progetto con il Reparto di Neurochirurgia. Ottenevo dei reperti chirurgici di aree cerebrali che poi analizzavo, collegando così i risultati con il tipo di patologia sofferta dai pazienti.
Il lavoro procedeva con una certa intensità anche perché avevo la collaborazione di due studenti che erano impegnati per l'acquisizione del loro PhD. Ricordo in particolare il dottor R.W.Soller.
Quella rete scientifica permetteva anche degli spostamenti, dei contatti diretti con altri ricercatori. Nel giugno del 1970 andai a Boston per un Congresso di neurobiologia, organizzato dalla Harvard University.
Presentavo i primi risultati sullo sviluppo delle vescicole contenenti serotonina nel cervello dei ratti in sviluppo e quindi a diverse età.
A presiedere la sessione c'era il professor Seymour Kety, Direttore dei Laboratori di psichiatria dell'università e contemporaneamente Direttore del Reparto di Psichiatria biologica.
Alla fine della mia esposizione fece una domanda e poi commentò in maniera molto positiva il lavoro da me presentato, frutto del gruppo della Cornell.
Durante l'intervallo mi avvicinò il dottor Ross Baldessarini, si presentò come un collaboratore di Kety. Sottolineò l'apprezzamento per la mia presentazione, mi disse che era interessato alla tecnica di separazione delle "serotonin vescicles" e mi invitava a colazione con lui e il professor Kety. Nacque l'invito ad andare a lavorare da loro.
Nel periodo in cui rimasi alla Cornell ho frequentato talora i laboratori di Harvard per mettere a punto quella tecnica, e tenni aperta l'ipotesi di poter andare, a partire dal 1971, a lavorare da loro.
Ciò che mi affascinava di Harvard, oltre ad essere allora l'università più nota degli USA, era il legame tra ricerca e attività clinica.
Avevo nel frattempo saputo che Baldessarini, pur essendo parte del gruppo, era stato spostato al McLean Hospital, un'istituzione per malati psichiatrici. Aveva anche scritto uno dei primi manuali di Psicofarmacologia.
Non mi fu possibile assumere l'incarico ufficiale e professionale, ma ero diventato parte di quel gruppo dove mi recavo per periodi di settimane (in un rapporto dunque con il gruppo, ma non con l'Istituzione universitaria).
Lavorai con questo straordinario uomo, Seymour Kety, e con i suoi collaboratori, in particolare con Steven Matthysse e con Ross Baldessarini.
Rinunciai a un'offerta che allora mi era sembrata quanto meno sconvolgente, oltre che interessante, di fermarmi a Boston non più per un progetto temporale, ma per la vita.

Se questo è il percorso del filone scientifico, occorre ora richiamare il secondo: quello legato all'atelier di pittura del manicomio di San Giacomo Della Tomba.
Non si trattava certo di un impegno e di un interesse minore rispetto alla ricerca nelle neuroscienze dal momento che il tema in psichiatria di come relazionare lo psichiatra (il terapeuta) e il paziente è diventato via via più importante.
Se si tiene conto che sovente nei disturbi mentali si ha un deficit della comunicazione linguistica, sia per la dissociazione come nella schizofrenia che conduce, con la perdita del rapporto con il mondo, anche all'impoverimento del linguaggio; sia nei disturbi del pensiero (delirio) in cui si assiste a un uso alterato sul piano del significato delle parole (semantica) e su quello della costruzione della frase, del periodare.
Ebbene l'attività grafica e pittorica si poneva come un nuovo linguaggio con segni e struttura differenti e quindi con una nuova modalità di ascolto e di comunicazione.
L'atelier di pittura è il primo nato in Italia e diventa sotto la mia guida il primo laboratorio linguistico-grafico per la follia.
Si deve aggiungere che anche la valutazione estetica dei prodotti realizzati dai malati, apre e si inserisce in una questione di profondo significato sul senso della malattia mentale e della follia.
Dominava allora la concezione che la follia si riducesse a una lista di "mancanze" rispetto alla normalità. I sintomi indicavano dei deficit di diverso grado e se teniamo conto che l'arte era considerata l'espressione più alta della creatività umana, si capisce come fosse ritenuta incompatibile con la malattia di mente.
Ma se da quell'atelier uscivano dei prodotti che i critici d'arte ritenevano apprezzabili se non straordinari, era almeno chiaro che la follia sarà un insieme di difetti, ma lascia pur sempre la capacità di giungere a espressioni elevate per la mente umana.
Era esattamente questo l'obiettivo cui tendeva la mia attenzione, anche se non spetta certo agli psichiatri definire ciò che è arte e ciò che non vi appartiene.
In questa linea si inserisce la storia di Carlo Zinelli, i cui dipinti si differenziavano nettamente dagli altri pittori per il fascino, per l'organizzazione formale, insomma per la loro bellezza.

Ed è così che nel 1961 decido di portare a Parigi alcune di quelle opere per mostrarle a Jean Dubuffet che aveva fondato la Compagnie de l'Art brut (brut nel senso di non culturel). Un movimento che raccoglieva opere eseguite da persone che non avevano frequentato le Accademie, che non erano inquadrate in correnti pittoriche. Opere che venivano scelte solo perché belle e quindi considerate arte.
Carlo viene riconosciuto non solo come appartenente a questo movimento, ma ne diventa uno dei più significativi rappresentanti.
Ed è a questo punto che "tirato" da questo "mio" pittore divento membro di quell'esclusivo gruppo di artisti e scrivo la monografia, quindi la storia, di un pittore che è anche uno schizofrenico ricoverato.
Il problema del linguaggio non verbale acquistò nella mia attività una dimensione ancora maggiore. Nell'ambito della psichiatria internazionale esisteva la Societé Internationale de psychopathologie de l'Expression. Ne era presidente il professor Robert Volmat, clinico psichiatra a Besançon. Sigla Vittorino AndreoliSigla Vittorino Andreoli
Una società che venne fondata proprio a Verona in quel 1959, anno che ha acquistato nella mia esistenza un significato persino magico.
Durante quella visita al manicomio, mentre ero giunto con il Direttore all'atelier, egli mi invitò a partecipare il mese successivo a un Convegno proprio sull'attività pittorica nella follia.
Si teneva in associazione alle "Giornate Lombrosiane" che si celebravano ogni due anni, per ricordare Cesare Lombroso, nato a Verona dove esisteva ancora un nipote che sosteneva affettuosamente questa ricorrenza.
Il Convegno internazionale scelse Verona, proprio perché sede dell'atelier.
Vi partecipai, ed è così che giunsi a scoprire l'interesse che la psichiatria stava mostrando per l'espressione grafica e pittorica nei malati di mente.
In questa occasione venne eletto R. Volmat come Presidente ed è qui che vidi alcuni degli psichiatri che più tardi potei conoscere e frequentare. Oltre a Volmat spiccava Jean Bobon, Alfred Bader.
Al linguaggio grafico della follia si lega un percorso che mi ha portato nel 1992 a diventare il Presidente della Sessione di Psicopatologia dell'Espressione, creata all'interno della Word Psychiatric Association, proprio come successore di Robert Volmat.
Questo incarico , durato fino al 1999 mi ha fornito conoscenze che ho potuto esprimere in alcune mie pubblicazioni; attualmente ne sono Presidente onorario.

Dopo questo percorso sui due tronchi (neuroscienze e comunicazioni in psichiatria) di un binario, è opportuno ritornare a quel mio strano amore per la psichiatria. Nel 1970 divenni specialista in Clinica Psichiatrica, due anni dopo, nel 1972, specialista in Neurologia: attestazioni che mi permettevano a pieno titolo di entrare direttamente nel mondo della cura della malattia di mente.

Ma a proposito di titoli non posso trascurare di aver conseguito nel 1969 la Libera Docenza in Farmacologia e Tossicologia; e a questo proposito non posso dimenticare la maniera in cui raggiunsi questo importante traguardo.
Per partecipare al concorso era necessario che fossero trascorsi almeno cinque anni solari dal conseguimento della Laurea in Medicina e Chirurgia. Quindi era prevedibile che non potessi concorrere prima del 1972. Erano infatti meno di 3 anni ( dal 2 luglio 1966) , ma quell'anno era l'ultimo prima dell'abrogazione di questo titolo.
A mia insaputa, il professore Emilio Trabucchi sostenne che io avevo tutti i requisiti per concorrere e chiese che venisse fatto un decreto (previsto per legge) della Presidenza della Repubblica, in cui venivo ammesso "per meriti speciali".
Così accadde, acquisii il diritto di mettere il titolo di "professore" davanti al mio nome.
Di fatto venni subito incaricato di un insegnamento presso la Facoltà di Medicina che si chiamava "Biochimica normale e patologica del S.N.C.".
Ma ritorniamo alla clinica psichiatrica e quindi a quello strano amore che avevo fin dall'adolescenza percepito dentro di me e che si rinforzò persino in quella drammatica prima visita al manicomio.
Questo strano amore si fece sentire in maniera potente nel 1971. Ero tornato dagli USA, non avevo preso in seria considerazione l'offerta del professor Kety, mentre la mia attenzione si concentrò su un Concorso che si teneva per un posto di Primario proprio al San Giacomo della Tomba a Verona, che frequentavo ormai da 12 anni senza una posizione ufficiale.
Decisi di concorrere contro il parere del professor Emilio Trabucchi e lo vinsi. E così passai dalle mie esperienze internazionali, dalle opportunità di un inserimento nelle università sia pure come scienziato del cervello, dentro un manicomio.
Devo precisare che non si trattava più del vecchio San Giacomo, ma di un Ospedale di nuova costruzione: l'Ospedale Psichiatrico di Marzana, e che molte delle disparità di trattamento economico che esistevano tra medici degli ospedali "civili" " medici degli ospedali "psichiatrici" erano state eliminate
La mia vita cambiò in maniera radicale, anche se mi fu permesso di portare a termine alcune delle ricerche che avevo in corso all'Istituto di farmacologia, e anche se ebbi la possibilità di tornare spesso negli USA e nei luoghi in cui avrei dovuto passare tutta la mia vita: ad Harvard.
Rimasi in contatto con il professor Kety anche quando egli passò al National Institut of Health a Washington D.C.
Ero finalmente diventato uno psichiatra che vive tra i "matti", e non mi toccavano nemmeno quei molti giudizi che, proprio per quella scelta, mi definivano un "matto".

Tenterò adesso di schematizzare i contributi che mi pare di avere dato alla psichiatria, considerata materia clinica e centrata pertanto sul rapporto con il malato per rilevare una diagnosi e proporre una terapia.
Un dominio, quello della clinica, non facile, perché risente delle conoscenze scientifiche e delle concezioni sul malato che sono soggette a rapidi cambiamenti.

Il primo campo è proprio quello della metodologia clinico-psichiatrica e della sua sistematizzazione operativa.
Ho certamente contribuito alla lotta contro i riduzionismi, e ho teso a mantenere insieme la complessità del lavoro clinico psichiatrico, che non ha come riferimento un organo (il cervello), bensì l'uomo intero.
Dall'ingresso in questo settore si sono presentati tre riduzionismi:
a) quello biologico, che trovava fondamento nelle neuroscienze e che riportava ogni categoria psichiatrica a un disturbo molecolare o dei sistemi neuronali dentro il cervello;
b) quello sociale, particolarmente rilevante in Italia, dove aveva operato Franco Basaglia con la concezione che il malato, il matto, è semplicemente un evidenziatore della follia della società, che si riflette sul singolo.
Ne derivava persino che la biologia non aveva un'importanza significativa e che comunque si riduceva allo specchio colpito dalla dinamica politico-sociale;
c) quello della psiche, che a partire da Sigmund Freud, aveva generato diverse psicologie. Il comportamento dipendeva dalle relazioni e dunque dalle esperienze. Si doveva poi aggiungere un altro termine: dai vissuti, ad indicare che un'esperienza non si riduceva alla obiettività degli accadimenti ma a come erano stati esperiti, vissuti dal singolo "io".
Queste ipotesi avevano prodotto una lotta tra le diverse modalità di affrontare la malattia di mente e tra i diversi professionisti che se ne occupavano: i biologi del cervello con gli psicofarmaci, gli psicologi che intervenivano con i diversi setting di relazione terapeutica, e i socio-psichiatri che guardavano all'effetto della micro o macro società sulla vittima (sul malato).
Ho sostenuto che queste tre dimensioni non dovevano combattersi, che nessuna andava esclusa dal momento che il comportamento dell'uomo, normale o malato, è il risultato di tre fattori: biologia, esperienze (fin dall'infanzia), ambiente fisico ma soprattutto relazionale, in cui quel comportamento si manifestava.
I tre fattori potevano avere un'incidenza diversa nei singoli casi, ma co-esistevano sempre. E poiché per rilevarli servivano competenze distinte, si imponeva la loro cooperazione.
Non si trattava di una mediazione pacifista o del buonsenso, ma della complessità dell'"oggetto" psichiatrico costituito dal totus homo.
Sulla base di questa prima affermazione derivava che il lavoro psichiatrico (diagnosi e cura) aveva bisogno di un'organizzazione del tutto specifica, potremmo dire strutturalmente diversa dalle altre discipline mediche. A partire proprio dal bisogno di coordinazione, di raccolta dei dati provenienti da queste tre competenze.
Il concetto non è poi lontano da quello di un ensemble musicale che ha bisogno di un direttore che permetta a ogni strumento di esprimere le caratteristiche sonore, e li sappia coordinare in modo da ottenere quella "sonata".
Ho identificato questo compito proprio nel clinico. Il clinico psichiatra è colui che raccoglie, interpreta e conclude sul piano diagnostico e di conseguenza sui sistemi terapeutici del caso.
Ho sempre mantenuto il mio ruolo di clinico e per questo non sono stato né il neurobiologo né lo psicoterapeuta o psicoanalista, né colui che doveva analizzare il rapporto tra l'Io e la società nella sua più ampia estensione.
Se questo risulta chiaro per la raccolta di elementi di tipo diagnostico altrettanto serve per l'intervento terapeutico che può richiedere ora la psicoterapia, ora le tecniche di inserimento sociale, ora invece la conoscenza delle strutture cerebrali particolarmente coinvolte.
Questa strategia che ho sostenuto e difeso, l'ho comunque sempre applicata nel mio lavoro di primario dei Servizi psichiatrici o di Direttore del Dipartimento di Salute mentale.
Prima conseguenza è il tramonto dello psichiatra come unico operatore nella follia. Questo psichiatra della tradizione è venuto a frammentarsi proprio perché sono nate nuove competenze e la necessità di nuovi operatori, ognuno dei quali poteva dare un contributo specifico. Ma nessuno di loro poteva assumere il compito della diagnosi e della cura.
Questa concezione – me ne resi conto fin dal momento in cui l'avevo formulata – si doveva a poco a poco estendere per giungere a servirsi, oltre che del paziente, anche dei suoi familiari, dei conoscenti, i quali si trovavano in posizioni privilegiate per osservazioni, che potevano sfuggire ai professionisti, rimanendo obsoleti nel setting e negli ambienti propri della psichiatria.
Ed è per questo che mi sono impegnato in un'intensa divulgazione dei temi psichiatrici, rivolgendomi a familiari, insegnanti, cittadini: in una parola a tutti.
Il mio I segreti della mente. Capire, riconoscere, affrontare i segnali della psiche (2013) ne rappresenta l'opera più sistematica a questo proposito. Un libro in cui sostengo la necessità di distinguere tra segnali iniziali, che sono alla portata di coloro che vivono con un soggetto che presenti delle "stranezze" comportamentali, e i sintomi che già lo fanno appartenere al dominio della psichiatria.
Un significativo impegno l'ho dedicato a uniformare il linguaggio della psichiatria, togliendolo da un chiacchiericcio, talora fantasioso ed espressivo ma inutile, anzi confusivo, per poter collaborare tra persone di diversa estrazione e per farsi capire dal paziente e dai suoi familiari.
Uno scopo che già era in nuce nel 1982, quando curai (insieme a Giambattista Cassano e a Romolo Rossi) la versione italiana del D.S.M. III (Diagnostic Statical Manual) che aveva l'obiettivo non tanto di portare in Italia la psichiatria dall'America, ma di cominciare a usare un vocabolario per i disturbi mentali che fosse univoco e preciso.opera Carlo Zinelli

Il secondo campo in cui ho dato un altro fondamentale apporto clinico deriva da quanto abbiamo ora illustrato e risponde alla domanda: se mentre discipline, formalmente separate: neuroscienze, psicologie, analisi delle dinamiche sociali, sono necessarie per svolgere il compito della diagnosi e della cura, significa che tutte sono in grado di modificarne il comportamento? Potremmo dire di guarirlo, quando è malato? Se sì, allora forse significa che i tre sistemi tra loro diversi sono attivi e di conseguenza è possibile che funzionino su qualche cosa di comune?
A queste domande ho risposto legando la psichiatria al cervello plastico.
Il cervello plastico rappresenta forse la più grande scoperta degli ultimi trent'anni nell'ambito delle scienze del comportamento.
Oggi sappiamo che il cervello è composto di due parti: una geneticamente determinata e che raggiunge una struttura fissata alla nascita o nei primi periodi dell'infanzia; la seconda, quella del cervello plastico, che invece si organizza nell'esperienza e quindi nel contatto, meglio nella relazione con l'ambiente.
È localizzato nella parte frontale e temporo-parietale del cervello.
Non viene escluso che sia anch'esso regolato dal codice genetico, in una modalità (ancora oscura) tale da garantire un isomorfismo (e quindi dei limiti) ma con un grado di modificabilità che manca alla parte fissata dell'organo. Insomma occorre che il cervello nel suo insieme abbia un'uniformità e che le due sezioni siano compatibili, pur se le loro funzioni sono notevolmente differenziate.
Nella prima "modificazione" significa degenerazione, nella seconda invece cambiamento.
E modificare una struttura del cervello significa anche modificare il comportamento.
Ebbene, fin dal 1984, in maniera decisa ne La norma e la scelta, ho identificato il campo biologico della psichiatria nel cervello plastico.
E questa scoperta, oggi da tutti accettata, ha un significato rivoluzionario perché sta a indicare che è possibile ri-organizzare, modificare, promuovere i comportamenti incidendo su quelle strutture del cervello plastico che ne sono il riferimento anatomico.
Insomma si è reinventato il concetto di terapia, che ora vuol dire intervenire per rimodellare le strutture e i sistemi neuronali che sono il corrispettivo biologico del comportamento.
Per limitarci a un esempio: l'ossessività (che è la ripetizione rituale di comportamenti, la coazione a ripetere) si lega a dei circuiti neuronali del cervello plastico che è possibile rimodellare e quindi modificare in modo che la ripetizione cessi.
Il tema diventa quello delle modalità per ri-scolpire il cervello plastico, un tema squisitamente terapeutico perché orientato a trovare mezzi capaci di questa trasformazione.
Ed ecco che ritornano le modalità, i diversi campi professionali di cui abbiamo parlato, sostenendo che non devono contrapporsi e combattersi, bensì ricercare una loro combinazione.
È evidente che anche le strutture plastiche sono circuiti neuronali che funzionano, come nello spazio sinaptico, attraverso movimenti e modificazioni molecolari, dunque che possono essere modificati da farmaci che assunti dall'esterno dell'organismo possano raggiungerli. È questo il campo della psicofarmacologia che ha comunque bisogno di un'ingegneria totalmente rinnovata. Ma è stato osservato che anche la "parola", soprattutto quando è inserita in una relazione affettiva, è in grado di cambiare un comportamento e quindi di incidere sulla strutturazione neuronale a cui è legato. Non solo, ma si è potuto dimostrare che la parola ha una forza terapeutica straordinaria perché riesce a "colpire" il punto operativo in maniera precisa, o perlomeno con una precisione che non è oggi possibile ai farmaci psicotropi.
Del resto la psicoanalisi ha insegnato che esistono i "traumi delle parole". Un giudizio, un'offesa, persino una parola non detta sono in grado di indurre modificazioni comportamenti e sintomi.
E poiché sappiamo che l'uomo risente fortemente dell'ambiente sociale, tanto da poter osservare il suo comportamento "malato" in un luogo e non in un altro, in un clima sociale e non in uno diverso, ne deriva che anche le micro o le macro organizzazioni , modificano le organizzazioni neuro-chimiche del cervello plastico.
La concezione della psichiatria conseguente è completamente nuova e attribuisce a questa disciplina non solo la "certezza" della cura dei disturbi della mente, ma anche un futuro di un interesse straordinario, poiché l'uomo non è più colui che "è", ma colui che può "diventare".
A queste considerazioni si lega anche la preoccupazione di una possibilità di manipolazioni, ma certo sono preso dal fascino della "modificabilità", poiché la vecchia psichiatria non permetteva nemmeno di pensarlo.

Il terzo campo in cui credo di aver dato un significativo apporto riguarda la criminalità.
Da un punto di vista delle leggi, il criminale è colui che va contro la legge mostrando comportamenti che sono sanzionati. Il caso più evidente è quello di chi uccide, all'interno di una società che ha un ordinamento che impone il rispetto alla persona e il "non uccidere". È questo il campo della violenza.
Dal punto di vista del comportamento, la definizione di criminale si riduce e delimita colui che compie azioni fuori norma (a-normali), e non tollerati dalla società, dunque anomali ed estremi.
Ciò che voglio sottolineare è che la criminalità rientra dentro il campo del comportamento e dentro la variabilità dei comportamenti che nel criminale sono "estremi" e per questo decisamente proibiti, condannati, sanzionati.
SedieIl termine estremo ha per me una particolare attrazione, tant'è che sono anche stato definito lo "psichiatra dei casi estremi", perché mi sono a lungo dedicato a persone che hanno compiuto omicidi efferati, violenza sessuale, perpetrata persino sui bambini.
Devo riconoscere che oltre ad avvertire l'orrore di simili azioni, ne ho percepito persino il fascino che è sempre un sentimento che attrae e, al contempo, spaventa.
È come per un infettivologo dedicarsi allo studio delle febbri elevatissime, nella convinzione che serva per poi capire anche le febbricole.
Spesso sono stato interpellato dalla magistratura per rispondere al quesito di quale sia, nei singoli casi estremi, la condizione della mente e dell'eventuale patologia.
Come è noto il codice penale richiede di distinguere nettamente se chi commette un crimine è "capace di intendere e di volere", se è quindi punibile o se invece ha agito in una maniera e in condizioni in cui non era possibile né capire, né scegliere il comportamento agito.
Per me, però questi casi erano delle occasioni di studio del comportamento dell'uomo, rappresentavano dei veri laboratori di indagine e forse per questo non sono mai stato un medico legale, ma sempre un clinico psichiatra.
Inoltre mi sono sempre stati affidati i casi più difficili, più eclatanti, quelli di cui abitualmente si occupano le cronache dei giornali e delle televisioni.
Ho dedicato gran parte della mia vita professionale a questo settore e credo di aver dato un notevole contributo, perché "deve" essermi riconosciuto di aver capovolto il dogma di Cesare Lombroso. Com'è noto, e come ho già ricordato, Lombroso è nato a Verona, la mia stessa città d'origine e di stabile residenza.
Lombroso sosteneva che la criminalità era da legare a una degenerazione del cervello e quindi a un disturbo che provocava una lesione stabile (per i positivisti il cervello era tutto "determinato", una sorta di cristallo che se si rompe o se è malformato all'origine non è possibile "aggiustarlo"). Un'appendice "logica" di questa concezione era quella del "criminale nato". In sostanza, se uno compie un crimine, è certo che lo ripeterà poiché la degenerazione del cervello non è rimarginabile.
È espressivo che nel 1897 al Congresso Internazionale di Criminologia, Lombroso avesse fatto passare una mozione in cui sosteneva che se è giusto che la pena sia proporzionata al crimine commesso, è assolutamente necessario che chi abbia terminato la reclusione, sia continuamente controllato per impedirgli di ripeterlo.
Insomma il criminale era un "malato" inguaribile e doveva, sia pure con modalità diverse, essere custodito in modo che non potesse ledere la società. Mai un criminale, in altre parole, sarebbe potuto diventare normale. Da questo dogma derivava anche che se una persona è "normale", mai avrebbe assunto comportamenti criminali.
Lombroso aveva nettamente delimitato le due aree delle criminalità e della normalità e aveva negato tra loro un qualsiasi passaggio e tanto meno il fenomeno dei vasi comunicanti.
Nel mio lavoro sul campo, e non certo sulla base di teorie o di principi filosofici, ho potuto dimostrare che la "normalità" è compatibile con i crimini più efferati.
Le tappe sono scandite da casi che vanno da Pietro Maso fino a Donato Bilancia.
Questa mia concezione ha trovato resistenze inaudite, che mi hanno portato a dover subire vere e proprie "persecuzioni". Ora è accettata, senza alcuna eccezione.
Come conseguenza e coerentemente ai punti precedenti ho sostenuto che anche il comportamento criminale è modificabile e che la pena, dunque, non deve essere per tutta la vita. Sono contro l'ergastolo in qualsiasi caso e inoltre ne deriva che l'incarcerazione deve fondamentalmente essere riabilitativa: un termine che ormai sta a indicare la modificazione delle strutture che nel cervello plastico sono la base biologica per le scelte comportamentali.
In questo ho potuto riallacciarmi e riattivare le concezioni di Cesare Beccaria, uno degli antesignani nel considerare la pena un'occasione di recupero.
In questa visione, occorre ricordare che anche l'educazione è un processo che non si allontana molto dall'intervento terapeutico.

Il quarto punto, più che riportare delle scoperte come nei punti precedenti, mi serve per indicare delle tendenze che hanno dominato la mia attività di psichiatra.
La funzione del clinico nella psichiatria mi sembra bene espressa nella metafora del Direttore d'orchestra. Non sa suonare i diversi strumenti, almeno con l'abilità degli orchestrali, ma certamente li conosce sia nel loro ruolo, sia nelle capacità espressive.
Il clinico psichiatra ha, come abbiamo detto, una strada obbligata: giungere alla diagnosi (e talvolta negare che vi sia) e di conseguenza scegliere la terapia adatta alla categoria psichiatrica diagnosticata e alle caratteristiche del caso specifico. Deve dunque conoscere la psicologia, le psicoterapie, le dinamiche relazionali fino al rapporto tra individuo e società. Deve essere aggiornato sulle neuroscienze in particolare sulle scoperte che legano il cervello al comportamento. Non vi è dubbio che di questi tre campi, biologia , personalità , ambiente sociale, da cui emergono i tre fattori del comportamento, la mia predilezione, la tendenza a un maggiore approfondimento è certamente legata alle neuroscienze e dunque alla biologia. Come per il direttore d'orchestra conoscere meglio gli strumenti a corda rispetto al settore dei fiati e delle percussioni.
Non è poi tanto strano se si pensa al mio impegno nella ricerca sperimentale del primo periodo. Devo però aggiungere che questa affezione ha rappresentato una costante, dimostrata dai miei contributi, dall'essere stato il primo Segretario della Società Italiana di Psichiatria Biologica, dall'avere continuato il mio rapporto con i ricercatori nel campo del cervello.
Non posso dimenticare gli anni in cui ho collaborato con il professor Giulio Cantoni allo NIH di Washington sullo studio delle transmetilazioni nel comportamento animale prima, in quello umano dopo.
Cantoni è lo scopritore della s-adenosil metionina che ha la funzione di donare dei metili e per esempio nel cervello di trasformare l'adrenalina in non-adrenalina.
Un periodo, sia pure frammentato nel tempo, di grande stimolo e che mi ha portato all'interno dell'ipotesi che i neuromodulatori metilati in certe posizioni della loro struttura clinica, potessero deviare il loro ruolo fisiologico e trasformarsi in neurotossici.
Un altro settore che certamente esprime questa mia predilezione si lega agli studi sulle tossico-dipendenze. Un tema che mi ha visto occuparmene per primo in Italia avendo osservato la dimensione del problema negli USA, e che riunisce insieme da una parte le molecole [droghe] assunte e dall'altra gli effetti comportamentali che si ottengono e che sono ricercati dai consumatori.
Anche in questo caso si trattava di una condizione "sperimentale", perché il fenomeno si può ridurre all'assunzione di sostanze psicoattive sul comportamento e all'interrogativo del come esse agiscono. Il mio saggio Le mitologie cliniche è stato il primo libro pubblicato in Italia (1971) su questo problema.
Sempre in questo dominio, le neuroscienze, rientra anche la mia nomina a membro italiano del comitato scientifico dell'EMEA (Agenzia europea che regola l'approvazione dei farmaci e ne segue il controllo quando entrano nel mercato). Ho occupato questa posizione dal 1998 al 2002.
Insomma la percezione del mio ruolo all'interno dei settori dello studio del comportamento è stata prevalentemente rivolta all'aspetto biologico.
Ma, lo devo ribadire, non sono certo stati esclusi gli altri due domini: quello delle psicologie e del rapporto individuo/società.
Per il primo caso basterebbero a dimostrarlo i miei libri, e anche il ruolo di docente di Psicologia generale e Psicologia della crescita negli anni 1998-2001. presso l'università del Molise.
Inoltre nel periodo 1982-1985, ho insegnato all'università di Siena (in collaborazione con il professor Noè Battistini, che dirigeva l'Istituto di Malattie Nervose e Mentali) la psicopatologia delle dipendenze.
Tra i campi in cui è possibile dividere la clinica psichiatrica: la psichiatria nell'infanzia, nell'adolescenza, nell'adulto e nella geriatria, indubbiamente la mia predilezione si è rivolta agli adolescenti. E a loro ho dedicato non solo l'attività quotidiana di psichiatra, ma molte delle mie opere sia a sfondo di saggio scientifico, che di interventi educativi-terapeutici.
A me spetta il riconoscimento di aver distinto le adolescenze difficili da quelle patologiche, di avere analizzato in maniera del tutto speciale il tema della violenza singola e di gruppo e proprio da questo ambito, il tema delle dinamiche nella famiglia, nella scuola e nelle comunità, e dunque anche nelle relazioni macro-sociali.
Un richiamo infine lo devo proprio alla società e al suo legame con la psicopatologia.
È questo un tema di grandissimo rilievo per la storia di questa disciplina nel nostro Paese, poiché ha rappresentato il nucleo della concezione di Franco Basaglia, l'artefice principale nella modificazione del trattamento sociale del malato di mente, che ha condotto alla chiusura nel 1980 dei manicomi (Legge 180/1978).
Devo dire che, mentre concordavo pienamente con Basaglia sulla dis-umanità dei manicomi e sul bisogno di sostituirli con luoghi che fossero informati alla terapia e non al contenimento e all'esclusione, non ho mai condiviso l'idea che la società fosse la causa esclusiva della malattia che si evidenziava, in maniera riflessa, sui singoli malati.
Questa mia posizione, del resto, è alla base dell'aver considerato il disturbo mentale come risultato di tre fattori tra cui certamente anche l'ambiente, la società, ma non come unica causa.
Questo giustifica il perché io non sia mai sceso in piazza e non abbia mai osannato al "salvatore" della psichiatria.
Al rapporto tra società e disturbo mentale ho dato, però, molta importanza e ho studiato profondamente la fenomenologia, soprattutto in quella parte che si lega alla psichiatria e ai fenomenologi-psichiatri: Karl Jaspers, Eugene Minkowski, Ludwig Binswanger.
È significativo che ne "I quaderni italiani di psichiatria" che ho fondato e diretto dal 1982 al 1996 con il prof. Giovanni Cassano, dal 1997 al 2001 me ne sia occupato insieme al professor Eugenio Borgna che in Italia, assieme a Danilo Cargnello e Bruno Callieri, si colloca tra i più insigni rappresentanti di questo movimento .
Ho sempre considerato che la fenomenologia (da qui era partito anche Basaglia) rappresenti una concezione "forte" per studiare le relazioni, quel rapporto io-mondo che Edmund Husserl chiama Dasein (esser-ci). Ed è certamente entro questa visione che si collocano tutte le mie osservazioni e contributi su psicopatologia e società.

A questo punto, dopo uno sforzo sintetico per chiudere la mia storia di psichiatra, avverto un senso di insoddisfazione come se avessi dimenticato molte cose, come se non fossi riuscito a mettere dentro la mia passione, il mio stile, come se fosse impossibile raccontare la follia come un vero amore, un poco misterioso e che poi ho espresso con tutti i miei pazienti. E sono moltissimi.
Mi accorgo che prima di parlare di amore avrei dovuto dire che non ho mai usato, mai, violenza nei trattamenti e mai nessuno dei miei collaboratori lo ha potuto fare: dei mezzi di contenzione quando sono diventato Primario di psichiatria all'ospedale di Marzana ho fatto un falò che alcuni ancora ricordano.
Mi accorgo di non aver detto che ho sempre creduto nella psichiatria pubblica, poiché è lo Stato che ha il dovere di dare i luoghi, le strutture, il personale per la diagnosi e per la cura.
Ho lottato perché non ha mai risposto come avrebbe dovuto, con l'intento che quella risposta dovesse venire, senza alternative, perché sulla psichiatria non è possibile fare impresa né ottenere redditi. È un settore che riguarda la vita degli uomini, delle donne, degli adolescenti e dei bambini. Il risultato che si deve desiderare è quello che hanno deliberato le Nazioni Unite quando hanno definito la salute "una condizione di benessere fisico, psichico e sociale", una dimensione che ha sempre bisogno di investimenti perché il benessere di cui parlano le Nazioni Unite, non è altro che la felicità di cui parla Platone nella Res publica.
Quanto ho raccontato è solo una traccia di una vita che, forse, come dicono i fenomenologi è ineffabile, indicibile, misteriosa.

Devo però ricordare che questo racconto è la premessa alla bibliografia che seguirà. E certamente, spero che, seguendola e soffermandosi su qualcuno dei lavori pubblicati, quel senso di manchevolezza che ora provo, se non scompare che almeno diminuisca.

firma nero andreoli

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