Vittorino Andreoli: «Inauguriamo l’era del noi»

Fonte: iodonna.it

8 novembre 2020 |  Paola Piacenza

È questo il momento per accorciare le distanze: “Io sono io, ma con l’altro”. Uno psichiatra di fama internazionale stila una mappa per aiutarci a procedere in tempi difficili. Paura, ansia, fragilità, rabbia, ma anche gioia e pietà... Un racconto, emozione per emozione, sentimento per sentimento, in una nuova collana di libri per il “Corriere della Sera”

«Sono una persona pratica che guarda sempre le cose dall’interno: sto in mezzo alla gente. Avevo desiderio di raccontare, e volevo che il mio racconto fosse semplice, che mostrasse quali parti del nostro essere ci aiutano a vivere e quali, al contrario, rendono difficile il nostro quotidiano». Un desiderio, quello dello psichiatra Vittorino Andreoli, che ha prodotto una collana di 15 libri scritti in esclusiva per il Corriere della Sera, un’opera in cui l’autore unisce l’esperienza accumulata nello studio della mente alla passione per la narrazione delle vicende umane, intitolata Raccontare la vita. Emozioni, sentimenti, pensieri.

Qual è stato il punto di partenza?

L’osservazione di quanto oggi – e non penso alla pande-mia, quest’opera è nata prima che scoppiasse – sia diffusa l’insoddisfazione, la frustrazione di fronte all’impossibilità di avere una vita migliore. La nostra vita e le azioni che in essa compiamo dipendono da quello che proviamo, sentiamo e pensiamo: paura, ansia, rabbia, gioia, desiderio, passione… Il conflitto, per esempio, nella vita è inevitabile, non esiste una relazione in cui non sia parte del gioco, non esiste una famiglia senza conflitti, ma bisogna saperlo guardare.

L’onda dell’esistenza

L’opera è nata prima dello scoppio della pandemia, eppure è terribilmente tempista. A partire dal motto «Conosci te stesso» sul frontone del Tempio di Apollo a Deli con cui si apre l’introduzione del primo volume. Non è proprio la consapevolezza ciò che ci manca in questo momento? Nelle nostre emozioni esacerbate, nel virare al nero dei nostri pensieri che diventano incubi davvero c’è bisogno di ristabilire gerarchie e proporzioni.

Immagino questi 15 volumetti come strumenti di consultazione oltre che di lettura. Mi alzo senza fiducia nella giornata che mi aspetta? Allora prendo La gioia, che mi parla della gioia di esserci, di respirare. Il mio è un racconto in cui siamo tutti uniti, ci sono anche io che non sono lo psichiatra che guarda dall’alto l’umanità di cui si occupa, nel tentativo di imparare a capirsi: un racconto dove tutti leggano aspetti della propria vita e che, per ognuno dei volumi, presenti anche “un caso”. Non un caso “clinico”, piuttosto un caso letterario: un modo per presentare situazioni serie, ma legate alla vita, alla storia dell’uomo, cavalcando un’onda che è quella dell’esistenza e non della patologia.

La gioia si trova qui

Ci parli della Gioia. Che caso letterario ha scelto?

Il De tranquillitate animi di Seneca: la gioia non è la felicità. La felicità riguarda solo l’io, è un benessere che provo di fronte a una notizia che concerne me. La gioia riguarda il noi, deriva dagli altri, è nel legame, ed è un grande sentimento. Leggendo quei passi di Seneca l’effetto è… non lo voglio definire terapeutico, ma è sicuramente un trasporto che ci porta a concludere: «Allora questa è la vita! La gioia si trova qui, qui e ora».

Il noi si sta sfarinando nell’era dell’io. Perché facciamo sempre più fatica a sentirci comunità?

La psicologia dell’io nasce con Freud nel 1900 con la pubblicazione dell’Interpretazione dei sogni e da allora ha trionfato. Io vorrei che mi si identificasse come “quello della psicologia del noi”. Non c’è un solo momento della nostra vita in cui non siamo legati all’altro. Il bimbo quando nasce è perduto se non trova la madre che lo riscalda, e anche l’identità che in lui si forma è sempre legata alle persone di riferimento. Io sono per il noi. L’io è una falsificazione, abbiamo bisogno di essere io ma con l’altro.

Quindi come affronta il narcisismo nel volume che gli dedica e perché lo coniuga alla seduzione?

Il narcisismo è un carattere tipicamente maschile, davvero non riguarda le donne. La donna è seduttiva. Il narciso ama se stesso, la seduttrice ama sé attirando l’altro, ed è una differenza bellissima. La capacità di accoglienza della donna è straordinaria, nell’amore la donna accoglie, la pazienza che ha! Sa aspettare nove mesi per partorire un figlio, l’uomo lo vorrebbe fare in due giorni! Narcisismo e seduttività, maschile e femminile, sono complementari e non entro nella questione della omosessualità e della fluidità perché ogni differenza è fatta di pregi.

Una donna nuova

Si inserisce in un dibattito in corso tipico di questa era di grandi cambiamenti e scivolamenti, con il virus che ha prodotto un’accelerazione. C’è secondo lei un’aspirazione a un uomo – e a una donna – nuovi? Queste sue nuove categorizzazioni sono una traccia?

Credo di sì, pensiamo alla tristezza, alla malinconia, e alla bellezza umana che questo sentimento porta con sé: caratteristiche che raccontano meglio la donna dell’uomo. Quello che pulsa sotto è un “sentire” che ha la stessa radice di “sentimento”. Il sentire di una donna rispetto all’uomo è incredibile: la tristezza – che non è una malattia, non è la depressione – è un sentimento magnifico e noi non lo conosciamo più. Appena ci sentiamo tristi cerchiamo subito un rimedio, e invece dovremmo ascoltare la tristezza, se lo facessimo potremmo scoprire cose preziose di noi stessi. Anche la rabbia ci spaventa. Ma siamo di fronte a sentimenti che definiscono l’umano… qualche volta arrabbiarsi di fronte al mondo è un segno positivo. Nella confusione in cui viviamo oggi, abbiamo bisogno di riferimenti e di armonizzazioni: questo ho provato a fare con le mie riflessioni. Il compromesso, non quello politico, ma esistenziale è l’esito positivo del conflitto e il luogo dove la rabbia trova la sua composizione.

La pietà e il per-dono

Ha dedicato un volume alla pietà, un sentimento desueto…

Sui giornali non ne parlate mai, eppure è qualcosa di stupendo: “…né la pietà del vecchio padre, né ’l debito amore lo qual dovea Penelope far lieta” (dal canto 26 dell’Inferno di Dante, n.d.r.), la pietas romana: c’è spazio per scoprire questa nostra caratteristica, e per farlo, io suggerisco, dai Miserabili, la vicenda del vescovo di Digne (cui Jean Valjean chiede cibo e ospitalità per derubarlo poi dell’argenteria. Il vescovo non solo lo difende di fronte ai poliziotti, ma gli regalerà anche i candelabri che ha “dimenticato”, n.d.r.). Nel mondo terribile descritto da Victor Hugo, un mondo che fa paura, la pietà riesce a declinare la realtà in modo diverso, un sentimento dimenticato che io provo a riportare in supeficie. Come il perdono cui dedico un altro volume. Da scrivere “per-dono” per distinguerlo dal regalo, che è un oggetto, incartato bene, magari col nastrino, ma che è diverso dal donare che significa dare qualcosa di sé.

Sembra che voglia riportare in superficie soprattutto sentimenti, emozioni e pensieri che comportano un movimento verso l’altro, in un momento in cui per paura ci stiamo forse chiudendo in noi stessi.

Lo faccio sottolineando il valore della fragilità. L’ho messa all’inizio, è il terzo volume. È così, siamo fragili, ma non c’è niente di male in questo, la fragilità fa parte dei limiti dell’umano. La persona fragile ha bisogno dell’altro, e deve capirlo, deve ammetterlo. Così capirà che l’amore è un contratto tra fragilità. Due fragilità insieme danno forza


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