Il bisogno di sicurezza nella società della paura

Fonte: altritaliani.net

4 febbraio 2020 | Gaetanina Sicari Ruffo

Sono distratta da molti problemi stressanti ed urgenti non ultimo il pensiero del coronavirus cinese che sta creando allarme in tutto il mondo e suscitando terrore della contaminazione, quando una scritta improvvisa in un giornale mi viene agli occhi e subito al cervello: Bisogno di sicurezza nella società della paura.

Guardo meglio e apprendo che si tratta del sottotitolo dell’ultimo lavoro dello psichiatra Vittorino Andreoli: “Homo incertus”, edito a gennaio da Rizzoli (pp. 360, euro 18,50). Al centro del libro, una riflessione sul senso di incertezza che nel nostro tempo invade ogni campo: dalla società, alla famiglia, alle relazioni sociali, fino ad attingere al nostro io interiore. Non esistono più punti di sicurezza, quelli che ci facevano sentire bene, al riparo, difesi. Il risultato: un uomo che finisce per vivere malissimo, paralizzato dalle paure e che perde il coraggio di agire.

Ecco, penso, la questione è proprio questa : circola nella nostra società una grande paura per tutto ciò che costituisce una minaccia per la vita umana e che non riusciamo più a dominare: armamenti, conflitti, degenerazioni di rapporti, confini valicabili e non, crisi ecologica, misteri insondabili della natura, della scienza e quanto altro che dovremmo comprendere con un po’ di sano razionalismo, partendo dalla premessa che vuol dire pure qualcosa aver superato nel passato tante prove difficili ed aver opposto alle incertezze del domani una resistenza che talvolta s’è rivelata eroica.

Appartengo alla generazione successiva alla seconda guerra mondiale, quando tutto era stato distrutto e intorno tutto era coperto di polvere e sangue. Era il caso di disperare e nascondersi, di non fidarsi più di niente e di nessuno. Si leggeva allora nella poesia del grande Montale che ho considerato sempre un manifesto: Ah l’uomo che se ne va sicuro,/ agli altri ed a se stesso amico/ e l’ombra sua non cura che la canicola / stampa sopra uno scalcinato muro! Il poeta allora aveva un quadro preciso della condizione umana precaria, ribadita da quell’aggettivo scalcinato vicino a muro, dall’ombra sua che si proietta, facendo capire l’assenza e non la pienezza dell’essere. Ma è stato detto che era depressione psichica quella nella quale non si sono riconosciuti gli uomini che poi hanno voluto la rinascita e hanno creduto nel sole dell’avvenire. Ma allora era stata combattuta una guerra disastrosa che aveva annichilito l’umanità intera, il cui ricordo in alcuni pusillanimi ancora resiste.

Ora sembra impari una lotta contro nemici invisibili che s’annidano dovunque. Dove sta la memoria e a che cosa serve? Perché non usciamo dalla depressione, attivando il nostro quoziente intellettivo? Abbiamo bisogno che qualcuno ci ribadisca che la storia ha un andamento ciclico e che a corsi succedono i ricorsi?

Io ho letto giudizi non entusiastici del libro in questione. Sembra che non abbia veramente inciso l’analisi dei temi economici, religiosi, filosofici trattati, dentro cui è inserita la temporaneità, colpevole di erranza e di debolezza, ma, a prescindere dagli effetti specifici, che giudicheranno i lettori, quel che più conta è la volontà di superare la paura, nemica di ogni attività onesta e sensata e tornare a combattere come prima. L’uomo, da che è in terra, ha questo compito e non lo grazia nessuna istituzione che meriti rispetto. Può cadere in depressione mille volte. Il suo compito è rialzarsi e tornare a combattere finché ha respiro, perché a questo mira la vita finché essa è in corso.

Nell’intervista concessa dallo psichiatra a Huffpost, rintracciabile a questo link e dal titolo: “Si è rotto l’uomo paralizzato dalla paura”, c’è ad un certo punto, alla domanda : “Quale è la strada per uscire da questo labirinto?” la risposta: “Bisogna riscoprire l’umanesimo… un’economia del fare bene… Ritrovare il senso dell’altro, non avere la cultura del nemico… Bisogna fare questa rivoluzione specifica dentro noi… L’uomo impaurito ha bisogno di credere nell’altro, di tornare a fidarsi…”.


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