Le relazioni ci fanno vivere meglio

Fonte: comunicazionesocialmedia.it

8 luglio 2018 | Alberto Maieli

Intervista in esclusiva di Alberto Maieli & Sandro Capatti con lo psichiatra e scrittore di fama mondiale Vittorino Andreoli, ospite a Berceto del “Coscienza Festival”, progetto ideato e organizzato da Giuseppe Bigliardi, Claudia Majavacchi e l’associazione culturale “I Sentieri dell’Arte”: dagli studi sulla neurobiologia alle definizioni di “sentimento” e “follia”, dal significato di “amore” all’importanza delle relazioni, dai social media al potere visti come i mali della società odierna, il professore traccia un quadro completo del nostro tempo in una lucida, ma calda disamina in cui il suo sorriso lascia intravedere una speranza. “Credo nell’uomo delle difficoltà” – dice – e nel potere delle relazioni”.

VITTORINO ANDREOLI, UNA VITA PER LA NEUROBIOLOGIA

Vittorino Andreoli è un indagatore dell’uomo.

Dopo la laurea in Medicina e Chirurgia all’Università di Padova prosegue nella sua ricerca sperimentale.
E presso l’Istituto di Farmacologia dell’Università di Milano si dedica all’encefalo.
Portando avanti i propri studi ha una visione scientifica che correla neurobiologia e comportamento animale e umano.
Non vede la follia soltanto come mera degenerazione genetica.
Non crede sia solo causa della società se l’uomo si ammala.

«Il comportamento dipende da tre fattori: dalla biologia, dalla personalità e dall’ambiente: tutti e tre questi fattori contribuiscono a far emergere un comportamento normale o patologico. Questa è la visione scientifica per comprendere realmente un soggetto».

Ma allora: cos’è la normalità? E cos’è la follia?

Per il professore la normalità non è che una condizione transitoria.

L’uomo possiede una condizione estremamente mutevole.

E la normalità – che è sotto le tre componenti menzionate prima: biologia, personalità, ambiente – è soggetta ad escursioni.

«Oltre un certo limite, queste escursioni sono definite follia. Ma il limite di tali escursioni è molto legato ai diversi fattori della società».

 

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LA GRAVE MALATTIA SOCIALE DEI GIORNI NOSTRI: IL POTERE

Indagare la coscienza del singolo non può che implicare un’indagine sulla coscienza collettiva.

E la collettività appare sempre più malata, al giorno d’oggi.

Leggiamo al professore una citazione dal saggio di Zygmunt Bauman Vite di scarto.

«Un fantasma si aggira fra gli abitanti del mondo liquido-moderno e fra tutte le loro fatiche e creazioni: il fantasma dell’esubero. La modernità liquida è una civiltà dell’eccesso, dell’esubero, dello scarto e dello smaltimento dei rifiuti».

E gli chiediamo perché l’uomo è oggi scarto di sé stesso. La sua risposta è secca e decisa.

«Per una grave malattia sociale che si chiama potere. Il potere è la più grande droga che esista, perché si crede di risolverlo aumentandolo».

Rifacendosi al libro di Noam Chomsky, dal titolo I padroni dell’umanità, Vittorino Andreoli apre una riflessione.

La società ci ha indotto a considerare necessario l’inutile.

E gli strumenti tecnologici moderni sono un potere enorme nelle mani di pochissime persone.

Andreoli ha preso spesso posizioni contrarie a strumenti come i social media.

Gli evidenziamo che, forse, più che il male assoluto, essi sono lo strumento con cui attuiamo il suicidio intellettuale quotidiano.

E lui ci offre nuovamente una chiave di lettura profonda per aiutarci a riflettere.

«Non ho mai demonizzato il mondo digitale, che ha portato validi risultati agli studi di Fisica o della Medicina, ad esempio. Ma non c’è solo un mondo digitale: c’è ancora anche un mondo di carne. E se il primo aiuta il secondo, è una meraviglia. Ma se il cervello biologico viene spento a vantaggio di quello digitale, allora son d’accordo che è una questione di uso; ma ricordiamo che, essendo in mano a delle potenze, noi ne siamo soggetti»

Andreoli punta dunque il dito non contro le tecnologie, ma contro la possibilità che queste – tramite coloro che le gestiscono – ci stanno negando sul nostro potere decisionale.

E rafforza il suo pensiero ricordando come intere democrazie siano state “gabbate” da questi sistemi.

 

VITTORINO ANDREOLI: “SO AIUTARE A CAMBIARE LA VITA AD UNA PERSONA… DOMANI MATTINA”


Addentrandoci negli studi che il Professor Andreoli fa sui sentimenti, restiamo positivamente meravigliati.

Una visione affascinante, inclusiva, a tratti poetica: i sentimenti come elemento essenziale per vincere la paura e per modificare i comportamenti sociali

Nel suo ultimo romanzo, Il silenzio delle pietre (Rizzoli, 2018), Andreoli racconta che l’uomo non può scappare dalla società, perché la società la fa lui stesso.

Dunque c’è ancora speranza per la nostra società?

«Io credo di sì perché credo nell’uomo. Ma non in Socrate o nei grandi uomini, ma in questo uomo: l’uomo delle difficoltà. Credo che se riesce a relazionarsi vive meglio; e se vive meglio si occupa meglio anche del prossimo e della comunità. Io non so cambiare la società domani. Ma garantisco che so aiutare per cambiare la vita di una persona domani mattina: perché se riesce a vedere le relazioni in un modo diverso, domani mattina sta meglio. Questa è la mia forza: di dare forza perché tu possa vivere meglio. E se vivi meglio comincerai a guardare la società in un modo diverso».

 Vittorino Andreoli

 L’AMORE È VIVERE, È LA VITA STESSA

L’ultima domanda sorge spontanea: cos’è l’amore?

E se rende felici perché le persone lo rifuggono?

Andreoli parte dall’etimologia della parola, che nasce da α (privativo) e morte (che diventa -more per contrazione della t.

Si oppone alla concezione puramente romantica dell’amore, perché riduttiva.

«L’amore è vita. Quello che voglio dire è che il contrapposto di morte non è “vita”, ma “amore”. Perché solo se tu sei relazionato, allora vivi. Ecco perché sottolineo sempre la relazione interpersonale: perché se io parlo della tua vita, allora parlo anche della tua morte. Ma se io parlo della morte nel suo significato etimologico, allora vuol dire che “senza di te non posso vivere”. E quando io sono fuori dall’amore, anche chi mi voleva bene è in lutto e viceversa».

Il Professore si oppone alla concezione puramente romantica dell’amore, perché riduttiva.

L’amore è anche quello di un padre per un figlio, di un fratello per il fratello.

L’amore è quello che diventa amicizia. O solidarietà.

«L’amore è la dimostrazione di quanto io sostengo per la fragilità. Due persone che non saprebbero cosa fare l’uno senza l’altra, vivono».

Ci lasciamo con una risata – ma la ragione resterà soltanto nostra, non ve la diremo – e una stretta di mano.

In auto, nel tornare a Parma, non facciamo che pensare alle sue parole.

Che sono arrivate dritte nella loro forza e incisive nella loro semplicità.

Consci che da oggi anche la nostra ordinata entropia non sarà più la stessa.

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