VITTORINO ANDREOLI: "NON È UN MALATO, HA COLPITO PER INVIDIA NELL'EPOCA DEI LIKE IL RICONOSCIMENTO È TUTTO"

Fonte: La Stampa

30 settembre 2020 | Grazia Longo

Lo psichiatra: “Oggi il nostro valore dipende da quanto siamo graditi

Professor Vittorino Andreoli, psichiatra, membro della New York Academy of Sciences, com' è possibile che l'invidia sia così potente?

«L'invidia è la pulsione a essere come un altro o ad avere ciò che l'altro ha. È una proiezione sull'altro con il quale ci si identifica perdendo totalmente la dimensione di se stesso. L'invidioso vive uno sdoppiamento, una scissione, perché desidera essere come l'altro. In questo caso il giovane assassino invidiava la coppia, voleva essere felice come loro».

Che cosa rappresenta la felicità nella nostra società?

«Purtroppo viviamo nell'epoca dei like e dei follower, per cui il nostro valore dipende non da ciò che siamo, ma da come e quanto siamo graditi. La felicità è un piacere che si lega anche ad un altro mito: la bellezza, che aumenta la felicità perché aumenta i follower. E la coppia uccisa era molto bella, quindi agli occhi dell'omicida rappresentava ancor più un simbolo di felicità. Ricordiamo, peraltro, che a Torino, un anno fa, un giovane uccise un ragazzo vicino al Po e spiegò di averlo fatto perché infastidito dalla sua aria felice».

L'invidia può indurre a uccidere?

«Certamente, perché l'invidioso si identifica nell'altro e perde se stesso. In questa duplicità avverte la tendenza a vivere come l'oggetto invidiato altrimenti non riesce a vivere. Se si sente lontano si sente morto e depresso e quindi deve cercare di raggiungere la felicità. Ma quando si accorge che questo desiderio è irraggiungibile matura un odio sfrenato e vuole eliminare l'oggetto invidiato. L'odio, la rabbia, crescono a un punto tale da sfociare nella violenza, nell'omicidio».

Ma colui che uccide per invidia è malato di mente?

«No, i matti non uccidono per invidia. L'assassino di Lecce è una personalità che, non sentendosi affermata e protagonista, finisce per distruggere chi ai suoi occhi lo è. Ha ucciso per invidia non perché è matto».

Alcuni testimoni raccontano che la sera dei funerali l'assassino è andato a una festa di compleanno dove appariva sereno. Possibile che stesse bene dopo quello che aveva fatto?

«Con l'omicidio si è finalmente liberato da quel senso di sdoppiamento che provava invidiando la felicità della coppia. Si è sentito guarito».

Perché non è riuscito a frenare la rabbia?

«Perché oggi la morte è banale, ha perso il significato di mistero. Assistiamo a molti delitti perché la morte è intesa come un ostacolo da tirare via. Freud sosteneva che almeno una volta nella vita ciascuno di noi può desiderare di uccidere. Ma un conto è pensare "ti ammezzerei", un altro è farlo realmente. La rabbia va frenata altrimenti scade nella violenza».

Perché la felicità altrui può scatenare reazioni rabbiose di così elevata intensità?

«Ho sviluppato questo tema nel mio ultimo libro, Fare la pace. Il problema è che nella nostra società la felicità andrebbe sostituita con la gioia. Perché la felicità riguarda l'io, il ricevere qualcosa che gratifica se stessi. La gioia è, invece, collegiale e comporta sia l'atto del ricevere sia quello del dare. La gioia quindi non può scatenare quell'invidia tremenda che suscita la felicità».  

 


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