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Andreoli “Torniamo a usare il nostro cervello, meraviglioso perchè imperfetto”

Fonte: piacenzasera.it

18 ottobre 2025

Il mondo ha perso la testa? Vittorino Andreoli ha dedicato a questo interrogativo il suo ultimo libro dato alle stampe con la casa editrice piacentina Low; una raccolta di fotografie, corredata da una riflessione scritta, che hanno un connotato comune: ritraggono soggetti privi del capo. Soltanto un effetto iconico o la rappresentazione della realtà in cui siamo immersi? Proprio a partire dal contenuto del suo volume, sabato 18 ottobre, ha svolto una profonda, e come sempre accattivante, riflessione sul cervello e la sua rinuncia.

Ad ascoltarlo una folta platea all’Auditorium Sant’Ilario, all’appuntamento inserito del Festival “Incontri, ambiente, cultura, fragilità”. Introdotto dal presidente del Consorzio Sol.co Paolo Menzani, che raccoglie le coop sociali organizzatrici della rassegna, Andreoli ha iniziato la sua dissertazione, stimolato dalle domande di Gabriele Dadati, dell’espressione di uso comune “perdere la testa”, che è anche il titolo del libro. “E’ un modo di dire molto popolare, – ha ricordato – ma qui non ci riferiamo a un caso individuale perchè oggi a perdere la testa è forse un’intera società. Il nostro cervello alimenta due funzioni ben precise, quella del pensiero e della razionalità, mentre l’altra riguarda le emozioni e i sentimenti. Siamo arrivati al punto di rivivere guerre e di lotte insanabili, invece noi pensavamo di aver cancellato la guerra dopo essere usciti dal secondo conflitto mondiale e dalla sua distruzione. Che cosa è successo? Significa che ci siamo dimenticati tutto? Abbiamo perso la memoria della distruzione dell’Europa, delle vittime del secondo conflitto mondiale?”.

Andreoli ha proseguito la sua osservazione critica della realtà, toccando anche altri argomenti attuali: “Ci siamo convinti che i sentimenti si consumano, in realtà si modificano, così come cambia la vita. Oggi apparentemente non c’è più una logica, anche il rapporto tra causa ed effetto è messo in discussione. Un altro dato del nostro tempo è che uno dei luoghi dove si verifica più spesso la violenza è la famiglia, ce lo mostra la cronaca che ama raccontare il peggio di noi. Ma non siamo in un mondo di matti, che io come sapete rispetto tantissimo, perché ho trascorso gran parte della mia vita insieme a loro”.

“Il nostro cervello in realtà è un organo meraviglioso – ha raccontato – che non conosciamo ancora del tutto, pensiamo alla sua creatività, alla fantasia, all’amore, alla bellezza. È il regista delle nostre azioni ma sta perdendo sempre più di forza, sta regredendo a un organo sensoriale, che offre soltanto risposte a stimoli immediati; non sappiamo più attendere, abbiamo smarrito il senso dell’attesa. Abbiamo perso dunque la capacità di pensare?” “C’è in giro un non uso del cervello – ha rimarcato – che è preoccupante, andiamo verso all’inutilità del cervello perché abbiamo trovato qualcosa che lo sostituisce”. E poi sul filo del paradosso ha aggiunto: “Il robot che inviteranno al posto mio fra qualche anno a incontri come questo non vi dirà quello che vi sto raccontando io, non vi dirà, ad esempio: vi voglio bene”. “Abbiamo perso la memoria dei numeri, – ha evidenziato – non memorizziamo più il numero di telefono di una persona cara. Stiamo arrivando pian piano alla perdita della memoria semantica, iniziamo a dimenticare il senso delle parole. La tecnologia dell’intelligenza artificiale non mi trova contrario, mi occupo di scienza, ma la tecnologia deve aiutare la vita umana e il cervello, ma non certo sostituirlo”. Lo psichiatra con ironia ha preso di mira più volte il fondatore di Facebook Mark Zuckerberg, come il simbolo dello strapotere delle macchine e della finanza: “A un giornalista che gli ha ricordato di aver perso in un giorno 10 miliardi per un’operazione di borsa, lui ha risposto di non essersene accorto. Allora io gli ho scritto una lettera, dicendo che sono disposto a recarmi nella Silicon Valley per prestargli le mie cure. Naturalmente senza essere pagato”.

Andreoli ha poi sollecitato il ritorno a una domanda fondamentale: “Torniamo a chiederci chi è l’uomo?“. “Ma il ‘conosci te stesso’ che parte da Socrate non basta, perché l’io non è completo e non è autonomo, ha la percezione del limite”. “La grande differenza tra il mio cervello e quello digitale – ha voluto sottolineare – è proprio qui, la consapevolezza del limite che modifica il mio comportamento e mi porta verso l’altro. E’ questo che caratterizza l’umano rispetto all’artificiale. L’essere umano è l’unica specie vivente che ha bisogno dell’altro. Il limite allora è il vero fondamento dell’umano”. “Lasciatemi spendere una parola sulle cooperative, – ha proseguito – come quella che stampa il mio libro. Vi lavorano persone, con limiti anche evidenti, che insieme realizzano l’umanesimo, cooperare vuol dire proprio questo: il fare insieme, ed è anche un principio educativo”. “Pensiamo all’errore che viene sempre demonizzato e stigmatizzato nella nostra vita, io invece voglio farne un elogio. Perchè la possibilità di errare è strettamente connessa a quella della scelta, ed è profondamente umano”. “E l’amore? – si è chiesto Andreoli – non è trovare una persona potente, ma una è che ha bisogno di te. Due fragilità che si incontrano e si fanno forza. Pensiamo alla differenza tra il regalo e il dono, al primo serve il pacchettino ben confezionato, il secondo è dare qualcosa di me stesso, stabilire un rapporto con un altro. Torniamo a considerare allora chi è l’uomo, con senso pratico. Amiamo le nostre fragilità, ad esempio io che sono vecchio amo molto lamentarmi, anche questo è umano”.

E non poteva mancare la riflessione sulla follia che ha accompagnato gran parte della vita dello psichiatra. “L’idea di follia nasce da un presupposto difficilissimo: quello di conoscere cosa sia la normalità. I normali sono pochi, sono noiosi e parlano quasi sempre delle stesse cose, spesso di soldi. Lombroso diceva che la follia era una degenerazione del cervello, e si riteneva che avesse una base genetica. La psichiatria fino al ’69 dipendeva dal Ministero dell’Interno proprio perchè era considerata una condizione di pericolosità e i manicomi erano luoghi di contenzione. Oggi sappiamo che il nostro cervello ha una parte plastica che si modifica con l’esperienza, in rapporto della percezione che abbiamo di noi stessi. Anche l’educazione modifica il cervello, questo è il segno che possiamo cambiare, la sua grandezza sta proprio nel non essere una macchina perfetta. La follia di un individuo spesso parte dalla paura, ma la follia è umanissima. Pensate alla depressione che si regge sulla percezione di non sapere fare nulla, la sensazione di essere inutili. Allora chi ne è affetto si sente in colpa e si ritira”. E la chiusura che non richiede alcuna spiegazione: “Ci sono matti bellissimi e potenti che fanno schifo”.