Abbiamo abdicato alla ragione e alla profondità degli affetti? Intervista a Vittorino Andreoli per non “Perdere la testa”
Fonte: goodmorningpiacenza.it
23 ottobre 2025 | Micaela Ghisoni
Come fa notare lo psichiatra, “riconoscere di aver bisogno dell’altro” è una delle chiavi necessarie per riemergere dalla deriva che stiamo attraversando
“La nostra mente ha una storia lunghissima, che ci ha permesso di conquistare il primato nel corso dell’evoluzione. Ma oggi sembriamo averla dimenticata, stiamo pericolosamente abdicando all’utilizzo del nostro cervello per rimpiazzarlo con un cervello digitale: molto più recente e semplificato rispetto ai nostri neuroni e alle loro connessioni, ma cliccabile e consultabile da ciascuno di noi in qualsiasi momento. Ecco perché attualmente l’espressione «perdere la testa» non è più solo un detto popolare usato per indicare chi, per esempio, non ragiona più per amore, o in alcune circostanze mette in atto comportamenti disfunzionali e poco comprensibili: ormai la perdita della testa sembra costituire la condizione tipica dell’uomo contemporaneo, e più ampiamente di un’intera società”. È la tesi sostenuta da Vittorino Andreoli in “Perdere la testa”, ultimo libro pubblicato dal celebre psichiatra per la casa editrice Low in cui fotografie di individui privi di capo si intrecciano ad acute riflessioni scritte.
Abbiamo intervistato lo psichiatra a margine della presentazione del suo libro a Piacenza,all’auditorium Sant’Ilario, dove ha fornito un’approfondita analisi dei rischi con cui oggi ognuno di noi è chiamato a fare i conti. L’occasione è stata il festival “Incontri”, rassegna letteraria piacentina incentrata su ambiente, cultura e fragilità che continua con i suoi appuntamenti fino al prossimo 28 ottobre. Dalla perdita di memoria in tutte le sue accezioni alla trasformazione del cervello umano in puro organo sensoriale; dalla concezione dei sentimenti come merce di consumo o detonatori di violenza ad una fretta generalizzata che non lascia più spazio al pensiero. Sono tanti i fenomeni preoccupanti messi in luce dall’autore a evidenziare una progressiva perdita d’uso del cervello umano. Un’analisi lucida e disincantata che però non rinuncia a individuare un robusto argine possibile alla crisi di civiltà in corso.
Vittorino Andreoli vanta una lunga carriera di medico e di studioso, ma fin dai primi approcci si avverte la sua disponibilità e la sua capacità di entrare in empatia con l’altro. Come farà notare lui stesso nell’intervista “riconoscere di aver bisogno dell’altro” è una delle chiavi necessarie per riemergere dalla deriva che stiamo attraversando.
Perché la provocazione di fotografare persone senza testa? Siamo ormai individui privi di pensiero e riferimenti?
Oltre ad essere medico sono appassionato di fotografia. In questo volume ho voluto unire all’analisi e al testo scritti un gioco per immagini, immortalando nei miei scatti uomini diversi con una caratteristica comune: sono tutti senza testa. Non è una semplice rappresentazione iconica o ironica dell’uomo reale, direi piuttosto che ho voluto lanciare un campanello d’allarme: sia con le immagini che con le parole ho voluto innanzitutto richiamare il momento storico e sociale che stiamo vivendo. Viviamo un tempo in cui sembrano dominare la mancanza di razionalità e la mancanza del rispetto degli affetti. Noto sempre di più che è in atto una regressione dell’umano e ho sentito l’urgenza di sottolineare questa crisi della civiltà. In secondo luogo, ho voluto ricordare che la nostra testa contiene un cervello che è un organo straordinario, con un’evoluzione lenta e affascinante iniziata più di due milioni di anni fa; ma che oggi viene sempre più spesso messo fuori uso dall’utilizzo indiscriminato di un nuovo strumento a portata di tasca: il nostro cellulare.
A fronte di questa deriva intelligenza artificiale e autoritarismi sono le nostre nuove guide?
Io mi occupo di scienza, quindi sono sempre interessato alle nuove scoperte e anche alle tecnologie che dipendono dalla ricerca. Non considero mai la tecnologia negativa in modo aprioristico ma i suoi esiti dipendono dall’uso che se ne fa. Nel ‘45 per esempio la fissione nucleare portò alla bomba atomica mentre avrebbe dovuto fornire solo energia, di cui avevamo grande necessità. Adesso l’intelligenza artificiale pone il rischio di mettere a riposo il nostro cervello e quindi il pericolo è che diventi una nuova bomba atomica pronta ad esplodere contro la nostra mente. Anche perché il modo di procedere dell’intelligenza artificiale non segue i nostri stessi criteri: non possiede per esempio la razionalità che a noi permette di individuare relazioni di causa – effetto e, muovendosi in una dimensione virtuale, non considera il principio di realtà a cui l’uomo deve rapportarsi. La tecnologia è accettabile solo se aiuta la mente e l’umanità, se le potenzia rendendole più attive, ma non se le sostituisce.
Quali sono gli effetti sul nostro cervello?
Noi abbiamo già perduto la memoria dei numeri, oggi quasi nessuno ricorda più a memoria un numero di telefono perché lo può cliccare sullo schermo del cellulare. Ma perdere la memoria dei numeri vuol dire anche perdere l’attività matematica e l’aritmetica. Senza contare che anche la nostra memoria semantica, cioè quella attinente ai significati, è in continua diminuzione: suoni e parole non vengono riconosciuti e per sapere cosa vogliono dire bisogna chiedere al telefonino. Tutto si fa e si ottiene più velocemente, ma a quale prezzo? Non pensiamo più, azioni e reazioni devono avvenire immediatamente, in tempo reale; non c’è più spazio per l’attesa, la creatività, l’intuizione. Non è ancora del tutto così per fortuna, ma ci sono questi rischi. Da questo quadro deriva poi il secondo aspetto che lei ha richiamo, e cioè la diffusione degli autoritarismi. Se non si pensa, se non si hanno più desideri, se non si fanno più progetti affidarsi a un uomo che dica cosa si deve fare diventa la risposta più semplice e all’apparenza più rassicurante: ma l’uomo che non pensa è destinato a diventare schiavo del potere. Governi autoritari o forme di autoritarismo si stanno infatti affermando anche in parti del mondo dove non credevamo potessero attecchire: considerata da sempre il faro della democrazia, l’America si sta trasformando in una monarchia. Trump ha già detto di volersi candidare alle nuove elezioni del 2028, con l’obiettivo di legittimare il terzo mandato presidenziale scavalcando i limiti costituzionali previsti.
C’è una via d’uscita possibile a tutto questo?
Io sono un pessimista attivo, vedo i pericoli e mi muovo per capire se e come si possono evitare. Come uomo di scienza non posso cambiare le società, ma sono convinto che qualsiasi persona possa cambiare in modo rapidissimo, in peggio o in meglio. Credo quindi che sia necessario ripartire dall’individuo per riscoprire la grandezza dell’umanesimo. Fragilità, errori, senso del limite e della bellezza sono caratteristiche tipiche dell’uomo che lo differenziano e lo rendono unico rispetto ad ogni altro essere vivente, e soprattutto in relazione al mondo digitale e ai suoi prodotti. Attraverso il senso del limite ciascuno di noi sente di essere incompleto da solo e di aver bisogno dell’altro; ed è così che nasce una società. Solo riappropriandoci del valore dell’uomo potremo quindi passare dalla logica dell’io a quella del noi, cambiando così il nostro modo di stare al mondo e ritrovando la bellezza di fare la differenza.