Vittorino Andreoli: “Coltiviamo il senso di colpa. È la bussola morale che stiamo perdendo”
Fonte: repubblica.it
23 febbraio 2026 | Valeria Pini
Nel suo nuovo libro I paradossi dell’esistenza lo psichiatra descrive le antinomie fondamentali che governano la società. In un mondo sempre più incline all’egoismo che dimentica di ascoltare i giovani.
Elogio del senso di colpa, una “bussola morale” che spinge a capire se si è compiuto un danno e a cercare di riparlarlo. Rende l’uomo più etico e responsabile. Ma oggi sta morendo, perché pensiamo solo al nostro tornaconto personale, ignorando le esigenze altrui. Se non c’è rispetto dell’altro non è possibile essere felici e vivere in armonia. Ne è convinto lo psichiatra Vittorino Andreoli, che, nel suo ultimo libro: I paradossi dell’esistenza (Piemme editore), descrive le antinomie fondamentali che governano la mente e la società.
Parlando di colpa e vergogna, di piacere e dolore, di comprensione e giudizio, lo psichiatra racconta la fragilità umana come forza che non può vivere in solitudine. “Se una società perde il senso di colpa – spiega – diventa meno etica. Ma non mi riferisco al senso di colpa eccessivo, spesso legato a una rigida educazione religiosa come accadeva in passato, ma di quello costruttivo che crea un mondo più giusto ed è alla base della una convivenza sociale”.
Professor Andreoli, lei dice che oggi la colpa è stata sostituita dalla vergogna. Qual è la differenza?
"La colpa sta morendo. Parliamo di un malessere che si percepisce se si compiono azioni contro il proprio valore, le proprie convinzioni. Si tratta di qualche cosa che è dentro di noi. Quando ci sentiamo in colpa, perdiamo l’autostima, come se avessimo tradito il nostro essere. Nella vergogna, invece, emerge un disagio non per le nostre azioni ma per la paura di essere scoperti. La dinamica che emerge è nei confronti dell’altro. La vergogna spinge alla falsificazione, fa arrossire, mentre la colpa fa impallidire. La società attuale è quella della vergogna”.
La vergogna descrive una società sempre più individualistica. Questo rende felici?
"Il vergognoso non ha principi di riferimento, perché vede ogni cosa a proprio vantaggio. Agisce solo in funzione di un obiettivo. Questo lo porta a isolarsi e quindi a essere infelice”.
Perché è bene comprendere la differenza tra piacere e dolore?
“Il dolore fisico è legato ai recettori e alla loro stimolazione. Ognuno di noi può resistere e sopportare in modo diverso il dolore. Quando è necessario, può essere tolto con gli antidolorifici. È un concetto molto chiaro rispetto al dolore psichico, un’esperienza più difficile da comprendere. È legato all’esistenza, può essere collegato all’altro, a chi amiamo. La psiche non segue la linearità della causa-effetto e della direzione nel tempo, ma è ambigua. Nel dolore psichico il vissuto di ciò che si definisce piacere o dolore rende critica anche questa distinzione. A volte, il confine è sfumato. In questa dimensione il masochismo non dovrebbe essere visto come una psicopatologia, ma come possibilità di vivere il dolore come piacere. Il monaco, ad esempio, rinuncia e prova piacere”.
Qual è il meccanismo che porta alcune persone a provare piacere facendo del male?
"Oggi molti giovani uccidono i propri coetanei e leggiamo fatti di cronaca preoccupanti. Togliere la vita dà loro potere. Se un ragazzo si sente escluso e ‘scartato’ dalla società, perché non studia e non lavora, non ha un futuro, sente di poter dominare l’altro con un atto violento. Un giovane uccide la ragazzina che l’ha respinto. Non accetta il rifiuto e si sente forte. Un modo di agire paranoico, di chi prova piacere facendo il male. Situazioni di questo tipo accadono anche nelle guerre”.
Fra le antinomie fondamentali che governano la società c’è anche quella del giudizio e della comprensione. Tendiamo a giudicare troppo?
"Tutti giudicano e noi giudichiamo i figli, i nipoti. Siamo sempre meno empatici. Comprendere non è giustificare, ma cercare di capire i bisogni di un giovane. Fino a prova contraria, oggi, quando incontriamo un individuo lo consideriamo un nemico. Non c’è apertura ed empatia verso l’altro. A volte, anche le madri e i padri giudicano troppo i figli e lo fanno per paura. Li ‘sopportano’ e nutrono speranze nei loro confronti, aspettative per il futuro. Bisogna cambiare strada, non giustificare gli errori dei ragazzi, ma capire come mai li hanno compiuti. Gli adulti devono valutate le situazioni in modo attento, senza delegare troppo ai medici, agli psichiatri. Non è l’unica soluzione. Se un ragazzo ha bisogno, il genitore deve esserci. Ed è chiaro che se ci troviamo di fronte a un disturbo psichico serve il supporto medico, ma non è sempre così”.
Perché i genitori non comprendono i figli?
"Comprendere vuol dire rinunciare. Il padre che non accetta una scelta del figlio la vive come un affronto. Dovrebbe rinunciare per accogliere il figlio. Queste cose sono il segnale di una società che non funziona. È importante poter parlare con i figli, con i nipoti. L’ascolto è fondamentale. I giovani non dovrebbero sentire il peso eccessivo del giudizio”.