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La famiglia nel bosco e il dogma del “benessere”

Fonte: tempi.it

10 marzo 2026 | Caterina Giojelli

Non è mancata la parola degli esperti: da Ammaniti ad Andreoli, da Cantelmi a Terragni, il coro contro la decisione del tribunale è unanime. Ma la burocrazia della “felicità psicologica” ignora il trauma dei bambini. Perché?

Il punto non è il bosco, non è il riscaldamento a legna, non sono i vaccini e nemmeno la scolarizzazione – perché a sette o otto anni, suvvia, stiamo parlando di bambini con un ampio margine di recupero, ed è irritante ripetere la solita antifona: “E i figli dei rom, allora?”. Non è nemmeno l’isolamento, a meno di non voler credere che l’intera comunità di Palmoli, sindaco compreso, che conosce la famiglia nel bosco e difende «il loro diritto di crescere i figli secondo la propria concezione di vita», soffra di allucinazione collettiva.

Il “problema” della famiglia nel bosco ha un nome e un cognome: Catherine Birmingham Trevallion. Una madre dalle idee certamente discutibili, ma che maltratta i figli? No. Che ne abusa? Nemmeno. Li sfrutta? No. Ha arrecato loro danni irreversibili? Evidentemente no, altrimenti il tribunale per i minorenni dell’Aquila avrebbe optato per la decadenza della responsabilità genitoriale anziché per una tortuosa “sospensione”.

E allora qual è la colpa di questa madre, che venerdì scorso ha portato i magistrati a decretare la deportazione dei figli in una nuova struttura protetta e il suo immediato allontanamento (procedure che, denuncia all’Ansa lo psichiatra Tonino Cantelmi, perito della famiglia, «hanno il senso di imboccare la strada dell’adozione»)?

Una mamma «ostativa, squalificante»

Dal tribunale e dalla casa-famiglia di Vasto (che “ospita” i tre piccoli e la donna dal 20 novembre) spiegano che Catherine è “ostativa”. Al contrario del padre, Nathan – figura da subito relegata ai margini e oggi improvvisamente ritratto come “collaborativo”, “adeguato”, “necessario” –, lei non sarebbe idonea alla “funzione genitoriale”. La sua colpa è non mettere al primo posto l’astratto “interesse superiore” dei figli. Tradotto: non accetta regole che non condivide, non si fida di chi non le ispira fiducia, non finge una collaborazione che ritiene essere il contrario del bene dei suoi bambini. Nemmeno quando quegli stessi bambini, esasperati, spaccano una persiana per ricavarne bastoni da agitare contro le educatrici. «Catherine è spesso ostile e squalificante, deride i nostri tentativi di trovare un punto di incontro», si legge nell’ordinanza. Il suo peccato capitale è il dissenso.

«Le sofferte e delicate decisioni in materia, e particolarmente quelle incidenti sull’allontanamento dei minori dal contesto familiare non originano mai da posizioni ideologiche o pregiudiziali contro i genitori ma mirano sempre a realizzare il benessere del minore soggetto di diritti», assicurano i giudici all’indomani del provvedimento di allontanamento. «L’assicurazione della corretta crescita del minore e della serena evoluzione della sua personalità è il principio guida dell’azione giudiziaria degli uffici minorili che viene condotta con attenzione, sensibile partecipazione e coinvolgimento dei soggetti adulti che si pongano in posizione collaborativa». Ma sul “benessere” dei piccoli, dopo aver visto le immagini della cacciata notturna di Catherine – una figlia febbricitante, l’altra aggrappata alle sue gambe in un pianto dirotto e il terzo annichilito –, farsi qualche domanda è lecito.

Non solo perché, dopo quattro mesi di mediatizzazione selvaggia, è assurdo sentirsi ripetere che chi «non ha accesso agli atti» mancherebbe di competenza tecnica persino per sollevare questioni legittime; ed è imbarazzante questo feticismo della procedura – usato come scudo contro ogni considerazione di buonsenso. In questa vicenda, infatti, quanto a “corretta crescita” e “serena evoluzione” dei bambini la parola non è stata presa solo da un branco di utenti social a caccia di indignazione facile: la voce degli esperti, al contrario, non è mancata.

Ammaniti: «I bambini non sono dei pacchi»

Massimo Ammaniti, tra i più quotati neuropsichiatri infantili e professore onorario alla Sapienza, si è detto «incredulo. La storia della famiglia nel bosco è iniziata male e rischia di finire ancor peggio. Si stanno buttando via anni, anzi decenni, di teorie sullo sviluppo dei bambini. Tutti i miei maestri, da Giovanni Bollea ad Adriano Ossicini, rabbrividirebbero davanti a quanto sta accadendo per queste persone». In una lunga intervista al Corriere della Sera Ammaniti ricorda che

«sicuramente questa decisione avrà implicazioni serie. Si parla di separazione della madre dai figli e di un padre che rimane ai margini dello scenario. Ma questi bambini finora hanno sempre vissuto con loro, per altro con una vita sociale poco sviluppata. Il che vuol dire che se già normalmente si crea un legame intenso con i genitori, nel loro caso questo legame è sostanziale, unico, non avendo i bimbi altri adulti a cui far riferimento. Erano gli unici a garantirne la sicurezza personale e la cura, erano le uniche figure che rappresentavano la protezione. È questo l’assunto che dovrebbe orientare le scelte di operatori, psicologi, legislatori perché una misura così è complessa e rischiosa per il futuro di questi bambini».

Cosa sia successo Ammaniti non se lo spiega:

«Una decisione come questa si verifica in situazioni estreme, quando cioè il pericolo di maltrattamenti è concreto ed elevato. Ma francamente non mi sembra questo il caso. È emerso che la mamma fosse ansiosa e iperprotettiva, niente di più grave. Certo è che non deve essere stato facile essere stata per un periodo così lungo in una struttura in cui non poteva esercitare la sua funzione genitoriale. Di certo una simile situazione le avrà suscitato rabbia e frustrazione».

Oggi, continua il neuropsichiatra a proposito di modelli educativi accettabili,

«ci sono famiglie che piazzano i figli davanti ai tablet o ai giochi elettronici tutti i pomeriggi o per poter mangiare senza essere disturbati mentre sono al ristorante. Però quelle vengono ritenute persone rispettose delle modalità, non vengono considerati inidonei a educare i loro bambini. Invece chi sceglie di farli crescere nella natura, a contatto con gli animali, non è adatto alla funzione genitoriale. […] Questi bambini non sono dei pacchi, hanno delle emozioni che vanno rispettate. Al momento della separazione pare che si siano disperati, che piangessero, che urlassero. Come è possibile ignorare una simile reazione?».

Andreoli: «Ogni volta che allontanano i bambini dalla madre provocano un lutto»

«Distaccare figli di quell’età dalla madre provoca traumi nei bambini e condizioni perché possano sviluppare una patologia grave come la schizofrenia». È l’accusa lanciata sulle pagine della Stampa da Vittorino Andreoli, decano della psichiatria italiana e neurofarmacologo di fama mondiale:

«Se accettiamo che ci sia una scienza dell’infanzia, dobbiamo sapere che nella sua crescita ci sono punti di riferimento costanti, a cominciare dal padre e dalla madre. Per ragazzi di questa età, 7 anni i gemelli e 8 la più grande, i legami con la famiglia sono fondamentali per la loro identità e per l’identità di genere. Attaccare il legame bambino-madre pone le condizioni che possono favorire un grave disturbo mentale. Non lo dice Vittorino Andreoli, lo dice un grande psicologo come Gregory Batheson, che ha analizzato come attaccare e distaccare un figlio di quell’età dalla madre generi una dissociazione che, nella fase dell’adolescenza, promuove le condizioni della schizofrenia».

Secondo Andreoli è necessario che gli operatori coinvolti

«si fermino e che stabiliscano quali sono le esigenze profonde dei bambini: prima di tutto devono stare con madre e padre, e se non si ritiene che la madre sia “all’altezza”, allora si crei un sistema di supporto che le permetta di svolgere il suo compito, ma non è possibile interrompere i rapporti fra lei e i figli. Esistono anche i traumi psichici che intervengono in casi come questi, e invece che evitarli li stanno provocando. Ogni volta che allontanano i bambini dalla madre, provocano un lutto».

Andreoli, che partecipò alla riforma del tribunale dei minori con Martelli e Pomodoro, non perdona il tradimento di quello spirito:

«Pretendo che una società rispetti questi princìpi, altrimenti si rende responsabile dei danni che produce nei bambini. Oggi non possiamo dire che se una madre non manda i figli alla scuola dell’obbligo è una matta: abbiamo percentuali di abbandono scolastico fra il 15 e il 20 per cento, ma non ho mai visto che nascano storie come questa… Questi non sono affatto matti, anche se c’è caso che lo diventino».

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