"Si è rotto l'uomo, paralizzato dalla paura". Intervista a Vittorino Andreoli

Fonte: huffpost

25 gennaio 2020 | Di Linda Varlese

Lo psichiatra, autore di "Homo Incertus" (Rizzoli) ad Huffpost: "Se c’è una speranza è nei 'Nessuno' che abbiamo intorno. Impariamo a per-donare, nel senso di dare qualcosa di noi”

“Negli ultimi anni, la cosa che più mi colpisce è che le persone manifestano una grande insicurezza: un sentimento che c’è sempre stato, ma occupandomi degli uomini e in particolare dell’uomo che soffre, del ‘folle”, dell’uomo rotto, mi accorgo che è diventato un tema dominante”. Al centro di “Homo incertus”, ultimo libro, edito da Rizzoli, scritto dal Professor Vittorino Andreoli, psichiatra e studioso dell’uomo contemporaneo, c’è la riflessione sul senso di incertezza che viviamo e che invade ogni campo: dalla società, alla famiglia, alle relazioni sociali, fino ad attingere al nostro io interiore. ”È un’insicurezza paralizzante che ci investe dentro di noi e fuori di noi”, spiega il Professore ad Huffpost. “Il risultato è un uomo che finisce per vivere malissimo e per non fare nulla, che non ha nemmeno più il coraggio di agire”.

Ci spieghi meglio.

“Il coraggio è una parola importante che si lega alla paura: bisogna avere paura per aver coraggio, ma se la paura è in eccesso e diventa panico, non ci si muove più. Io vedo questo uomo che è lì che aspetta e non si sa cosa aspetti. Il mio compito in quando psichiatra è tentare di far capire che bisogna fare qualcosa in una società in cui persino quello che dovrebbe dare sicurezza genera oggi insicurezza: questo è il senso del libro e del titolo”.

Cosa provoca questa grave insicurezza nell’uomo di oggi? Cosa alimenta questa paura che lei descrive come paralizzante in tutti i campi: nella società, in famiglia addirittura dentro ognuno di noi?

Da una parte c’è l’insicurezza dentro di me, dall’altra c’è l’insicurezza che provo ma che vive fuori di me. Il grande tema su cui interrogarsi è il fuori di me. La domanda che più di consueto mi rivolgono i miei pazienti è ‘cosa accadrà?’. È l’incertezza del futuro ad impaurirli. Viene fuori una società della paura in un mondo che vive costantemente in guerra, reale e figurata.

Cosa intende dire?

C’è ancora vento di guerra nel mondo, le persone lo avvertono. Grazie alla velocità e la facilità nel reperire informazioni, sappiamo che ci sono persone che hanno in mano una macchinetta e che in 15 minuti possono decidere di sganciare 3000 ogive scatenando un conflitto che non è così lontano da noi. E questo ci impaurisce. Ma non è solo una guerra con gli ordigni bellici quella che combattiamo. Non c’è un momento di pace neanche in quella che Platone chiamava la Res Publica. La politica non ha più interesse alla cosa pubblica perché questa viene gestita spaventando i cittadini che ogni giorno si alzano e si chiedono cosa ne sarà del Governo, cosa ne sarà della “guerra” scatenata dalla politica.

img1 26gen2020E questo alimenta le incertezze della gente.

Certamente, e non solo. Pensi alle lotte nei condomini, nelle scuole, dove i genitori picchiano gli insegnanti. C’è un mondo fuori di noi in cui non c’è nulla che ci rassicuri. Ditemi un posto dove poter star tranquilli. Neanche i templi di Dio. Ho un grande rispetto per le religioni, perché conosco il bisogno dell’uomo di compensare le difficoltà della vita con modi che siano un po’ più giusti, ma le Chiese sono diventate un pericolo anch’esse oppure ci sono Chiese dove non si respira più il Trascendente. Sono chiuse.

Quali sono gli strumenti sociali che dovrebbero darci sicurezza?

Le assicurazioni, ad esempio. E le pare che il sistema assicurativo che è in mano alle banche, che si basa sul denaro, sia un sistema sicuro? O ancora: i giovani di oggi dovrebbero poter essere sicuri di avere una pensione e invece è un altro motivo di incertezza. La sanità: avranno la possibilità di andare in un Pronto Soccorso ed essere ricevuti? La Sanità dovrebbe darti sicurezza e invece c’è il terrore di entrare in un ospedale. E poi c’è l’insicurezza che aleggia dentro di noi: uno potrebbe dire ‘io vivo in un mondo disperato, ma dentro di me ho la pace’, invece neanche questo ci è concesso.

Cosa vuole dire?

Le relazioni: oggi consumiamo i sentimenti come un tempo si consumavano le scarpe. Si buttano via rapporti di anni: con questo non voglio dire che le relazioni debbano essere perenni, ma ci se ne libera con troppa facilità. Mi sembra si sia perso il senso dei legami: uno dice ‘non mi trovo più con quello o quella e chiudo’. Ma è la tua storia, è il tuo passato, dico io. Nemmeno le relazioni che sono un bisogno interiore di essere legato a qualcun altro per poter essere difeso funzionano più, perché tutto ciò che era legame adesso diventa rottura. Non intravedo alcun elemento né interno che esterno che possa essere un appiglio capace di donare sicurezza. La famiglia, si dirà. Ma è il luogo dove c’è maggiore violenza.

Come siamo arrivati a questo punto?

Non abbiamo più alcun principio e viviamo in una società che pare si “diverta” a spaventarci. Pensi al virus della Cina: si legge che vaga, che si sposta, forse è arrivato in Australia, forse con una mutazione può arrivare in Europa. Questo è terrore. La politica vive della paura degli uomini: i politici devono rompere per poter comandare, quando mai la politica è ancora “costruzione”, mi dica chi in questo momento dei nostri politici sta “tessendo” invece di distruggere? Ci sono politici che devono difendere se stessi in Italia come all’estero e la prima cosa che fanno è spaventare, per allontanare il pensiero della gente dalle loro rogne. Ci sono stati tentativi in questo Paese di creare falsi problemi: la povertà è aumentata perché la miseria permette di dominare meglio. La politica è diventata occupazione di luoghi di potere per poter far andare male le cose.

Sta dicendo che la matrice della paura risiede nell’amministrazione sbagliata della cosa pubblica?

Non nell’amministrazione della cosa pubblica, ma nella “logica della politica” e questo genera incertezza, che genera paura. La gente non si sente sicura di niente. La politica genera paura perché è più facile essere potenti e dominare persone impaurite e nella miseria.

Come facciamo ad uscire da questa situazione?

Bisogna tornare al concetto iniziale di società occidentale, che sta morendo e mi dispiace. C’è bisogno della cosa pubblica e il primo dovere è dare sicurezza, la gente non deve vivere nell’incertezza di cosa accadrà domani, nella rassegnazione. La gente deve avere una speranza che è un concetto fondamentale: oggi non mi sento granché bene, ma domani! Questo non l’ha inventato nessuna religione, l’ha ripreso Freud il quale diceva che noi abbiamo un “Io attuale” e un “Io ideale”: come sono e come vorrei essere. Oggi non c’è più un “Io ideale”, perché non c’è più speranza e non c’è più idea di futuro.

Quale è la strada?

La forza prima di tutto è in una democrazia che permetta di eleggere e di togliere, che permette di scegliere i propri rappresentanti, che crede nelle istituzioni, nell’uomo. Platone pensava che la politica dovesse dare la felicità, oggi questa politica regala solo orrore perché alimenta una guerra intestina e la paura dell’altro. Bisogna riscoprire l’umanesimo.

Dove sta la scintilla di questo umanesimo?

Dobbiamo ritrovare un’economia del fare del bene. La soddisfazione, la gratificazione di per-donare, nel senso di dare qualcosa di sé. Ritrovare il senso dell’altro, non avere la cultura del nemico. Bisogna fare questa rivoluzione pacifica dentro di noi. Questa è la richiesta che mi viene fatta più spesso: ‘professore, come devo fare per vivere un po’ meglio? Senza paura? Senza il pericolo di qualche cosa?‘. Bisogna ritrovare il senso che l’uomo ha bisogno dell’altro uomo e partire da qui. Si può fare tanto, perché in questo paese ci sono tante persone perbene, ma non contano nulla. Se c’è una speranza è nei NESSUNO, lo scriva in maiuscolo. Io voglio essere un NESSUNO.