Capire l'odio

Fonte: www.medium.com

5 gennaio 2017 | Luca Magrone

Odio è una parola semplice. E come concetto, è recepito immediatamente. Da tutti. Lo psicologo americano Sternberg divide l’odio in “freddo” e “caldo”. L’odio freddo spinge a tenere le distanze dal diverso con disgusto (come nei pregiudizi razziali).

L’odio caldo è una poltiglia di rabbia ed ira che porta all’aggressione. Il calore di quest’odio registra temperature diverse a seconda dell’atto compiuto. E questi atti dilagano nella nostra quotidianità. Odio bollente è quello dei commenti come “via i terroni” o “a morte i gay”. Facebook ne è pieno. L’odio bruciante è la forma estrema, quella che porta all’annientamento del nemico, ed è il livello successivo all’odio infuocato, quello che porta gli abitanti di Gorino a respingere donne e bambini indigenti, solo perché diversi.

Facebook, Gorino, a questi potrebbero seguire altri esempi. Di certo non solo italiani ma tocca ammettere che nel belpaese non siamo in penuria d’odio. A lanciare l’allarme sulla situazione italiana è Vittorino Andreoli.

Psichiatra di fama mondiale, con una carriera che parte da Verona sino a raggiungere Harvard e Cambridge. Il messaggio del dottor Andreoli è chiaro: “in Italia il livello di civiltà è disastroso, siamo regrediti alla cultura del nemico”. Il caso di Fermo, dove un nigeriano fu ucciso dopo una escalation di insulti razzisti, è l’ennesima prova.

L’omicidio non solo viene compiuto, viene anche giustificato. Nell’odierno meccanismo dell’odio, il capro espiatorio diventa il migrante. Anche nell’olio bollente riversato sui social si assiste alla stessa contrapposizione: noi contro loro. Non riusciamo ad identificare il nostro sé senza un nemico. Si sono consumati i principi fondamentali della civiltà occidentale, “questa società non mi piace” , continua Andreoli, e l’Italia, per lo psichiatra, è “un Paese di malati di mente. Esibizionisti, individualisti, masochisti e fatalisti”.

Dinnanzi a questa sovrabbondanza d’odio in plurime forme, sta il suo contrario. E non è l’amore ma l’empatia. Diversa dalla sensibilità, l’empatia “risiede” nei neuroni a specchio, di cui sono dotati tutti gli esseri umani. Ci permette di indossare i panni dell’altro, del diverso, abbattendo le barriere del narcisismo, l’estremo piacersi. Sin da bambini non siamo stati abituati a mangiare solo piatti gustosi, c’erano anche le verdure, o altri alimenti strani, di cui non ci fidavamo. Attraverso l’empatia si potrebbe comprendere la diversità e digerirla, anziché sputarla nel piatto ed odiarla, senza neanche tastarne il suo reale sapore.


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