La fragilità nella nostra società, dove regna il mito della forza

Fonte: ilbacodaseta.org

6 settembre 2012 | Paola Spera

La recente notizia dell’inaugurazione del nuovo ambulatorio per pazienti fragili a Lugagnano ci dà lo spunto per riflettere sulla fragilità, e su che cosa significhi essere – o sentirsi – fragili in una società come la nostra.

Vorrei iniziare la mia riflessione riportando un paio di frasi tratte da un’opera del mio famoso collega Vittorino Andreoli, che sulla fragilità ci ha scritto addirittura un libro (L’uomo di vetro, 2008): «La fragilità di un vetro pregiato di Murano o di un cristallo di Boemia: bello, elegante, ma basta poco perché si frantumi e si trasformi in frammenti inservibili. Si sente dire che l’educazione deve edificare un bambino forte, un uomo di coraggio che affronta le lotte e le vince. La timidezza, invece, va curata e prima ancora nascosta; la paura va dimenticata e sostituita con la potenza e per questo ci si allena a battere un nemico, prima immaginario e poi di carne; e l’abilità sta proprio nel romperlo e non nel venire rotti. Ecco la differenza tra i due opposti: la fragilità e la forza. “Grandi” si crede siano coloro che hanno sempre vinto, mentre i “gracili” in un attimo si incrinano, si frantumano in tanti piccoli pezzi che non permettono di venire ricomposti».

Una riflessione davvero molto interessante. Vincente, coraggioso, grande, è colui che vince. Timido, gracile, fragile, è invece chi perde. E nella società in cui viviamo non possiamo mai permetterci di perdere, ecco perchè non ci piace la fragilità: non ci piace nè sentirci fragili nè avere vicino persone fragili. La parola “fragile” deriva dal latino “frangere” – che significa rompere – e vuol dire “soggetto a rompersi con facilità”.

E la prima cosa che mi viene in mente quando penso a questa parola è il nastro adesivo bianco e rosso che chiude certi scatoloni che contengono bicchieri, o altre cose che dobbiamo maneggiare con cura perchè non si rompano.

E infatti su questi scatoloni di solito c’è scritto “fragile – maneggiare con cura”. Siamo abbastanza bravi a maneggiare con cura i bicchieri, perchè non vogliamo romperli. Ma siamo altrettanto bravi ad occuparci dei fragili che ci stanno intorno, quotidianamente?

Un anziano, un ammalato, un disabile. La maggior parte di noi ne ha uno in famiglia. Spesso purtroppo ci limitiamo a “maneggiarli con cura”, come se fossero bicchieri, spostandoli da una parte all’altra, cercando sì di non romperli, ma anche di non farci toccare troppo da questa fragilità. Perchè la fragilità non ci piace, la conosciamo poco, ne abbiamo paura.

La fragilità degli altri non ci piace probabilmente anche perchè ci fa pensare alle piccole e grandi fragilità che hanno fatto, fanno, e soprattutto faranno, parte della nostra vita.

Ammettere di essere fragili significa accettare l’idea di aver bisogno di qualcun altro, e questo non è facile. Ma accettare questo bisogno in noi è un primo passo per capire questo bisogno negli altri, e di conseguenza capire la fragilità nostra e quella degli altri, senza farci più spaventare da essa.

Sempre Andreoli scrive «la mia fragilità significa che ho bisogno dell’altro: di lei che si faccia parte di me senza confini e distinzioni, di chi mi possa aiutare con la voglia di mostrarsi amico poiché sa che io sento la voglia di esserlo per lui»: detta così, non sembra poi così male.

 


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