Vittorino Andreoli riscrive Pinocchio di Carlo Collodi

Fonte: cittafutura.al.it

5 febbraio 2020 |  Francesco Roat

Vittorino Andreoli riscrive Pinocchio di Carlo Collodi (BUR – 2019). È esattamente questo il titolo del libro con cui il più noto psichiatra italiano si misura con le avventure/disavventure del burattino per antonomasia, a qualche anno di distanza da una sua analoga riscrittura della fiaba Peter Pan di J. B. Barrie (BUR – 2015). L’intento dell’autore non è solo quello di adattare il messaggio di Pinocchio alla mutata sensibilità/disponibilità dei giovani e giovanissimi lettori odierni, ma anche quello di fare rileggere agli adulti tale favola davvero senza tempo.

Certo, la storia scritta da Collodi è senza alcun dubbio datata: risente della cultura italiana borghese fine ottocento. Ancor di più: d’un certo perbenismo/moralismo alquanto retorico, che può esser colto quasi in ogni pagina; ed inoltre della pedagogia allora dominante, il cui: “principio primo ‒ ricorda Andreoli ‒ era far crescere i bambini esattamente come volevano i genitori e come voleva lo Stato, attraverso le scuole”. Allora si tendeva infatti a plasmare i figli a immagine della famiglia tradizionale e dei suoi valori (o pseudo-valori), all’insegna innanzitutto della obbedienza/sottomissione all’autorità: paterna e maschilista in primo luogo.

Colta da questa prospettiva la fiaba di Pinocchio (che dal 1883 è stata pur tradotta in ben 240 lingue) all’inizio del terzo millennio rischia di risultare purtroppo irricevibile o quanto meno indigesta ai suoi nuovi lettori virtuali. Ma proprio affinché ciò non accada ovvero per rivitalizzarla, emendandola da quelle parti considerabili oggi maggiormente/indubbiamente stucchevoli, Andreoli ha ritenuto opportuno riscriverla, inserendosi in un certo qual senso nel filone della narrazione orale: “che presupponeva le modificazioni di chi raccontava per adattare la storia al proprio ascoltatore”. Tutto ciò utilizzando però in gran parte il testo autentico di Collodi, da cui in realtà il nostro saggista finisce per discostarsi ben poco.

E forse la peculiarità di un tale approccio, a suo modo inedito, sta nel considerare la favola del burattino che diverrà bambino una storia “incentrata sul desiderio”. Senz’altro quello di divenire un essere umano e non più un pupazzo, un oggetto, una cosa. Ma non meno significativo, altresì, è il desiderio di relazioni emozionali gratificanti (d’amore dunque), d’autenticità, di poter saziare quindi non solo la fame fisica che attanaglia sia il protagonista sia molti dei personaggi collodiani; pertanto una più soffusa e articolata voracità esistenziale urge in Pinocchio ed è così forte da fargli trasgredire obblighi e/o doveri avvertiti come oppressivi e di conseguenza intollerabili.

Il burattino allora diventa anticonformista e disubbidiente: preferisce uno spettacolo teatrale alla scuola, la marina, e dà inizio ai suoi guai inanellando una lunga catena di traversie che ‒ già lo sa chi ha più di diciott’anni ‒ faranno finire Pinocchio derubato, accoltellato, in prigione e persino a rischio di impiccagione. Ma è tutto bene quel che finisce bene, in quanto il protagonista dopo tante vicissitudini ritroverà il proprio creatore/genitore Geppetto, tornerà a scuola ma soprattutto diverrà un ragazzo in carne ed ossa, grazie ad una metamorfosi indotta dalla sua basilare e umanissima generosità/onestà d’animo.

Nel raccontare questa storia, tanto antica quanto attuale, Andreoli non si discosta molto dal testo originario e lo ammette senza tema di apparir lui poco originale (nel senso di innovativo): “il mio intervento è consistito prima di tutto nel «levare», in secondo luogo nel rendere certi passaggi più scorrevoli e più rapidi”. Ciò non sembri comunque troppo poco, se la nuova versione della favola fa sì di renderla maggiormente leggibile/fruibile. D’altronde questo era il proposito sotteso a una tale ri-scrittura: nessuna “ricerca di gloria” ‒ scrive autoironicamente a mo’ d’epilogo l’autore ‒ bensì l’auspicio o meglio: “il sogno che tutti i bambini possano conoscere, come a quei tempi, la storia di questo burattino”.


Copyright © 2015 - Vittorino Andreoli
vittorinoandreoli.it è una realizzazione Passport