Pensieri spettinati e felicità inattese. Il diario di uno psichiatra inquieto

In libreria «La gioia di pensare» di Vittorino Andreoli (Rizzoli), un diario intimo per diagnosticare la crisi degli ideali, scalzati da egoismo, indifferenza e cattiveria.

di GIANGIACOMO SCHIAVI

Fonte: corriere.it

Corriere17 marzo 2017Pensieri indignati, pensieri arrabbiati, pensieri spettinati, pensieri tristi cresciuti come cespugli nel giardino di una mente inquieta che scruta da anni l’animo umano, pensieri che urlano davanti a un mondo smarrito, dove chi sa un poco di tutto si sente un dio sulla terra e chi sa tutto di poco sta zitto e pensa. Ma anche pensieri teneri, fragili come illusioni, sogni a occhi aperti da contrapporre alle menzogne che inquinano la vita, alla ricerca di quella medicina dell’esistenza che si chiama speranza. È un’acrobazia di pensieri il nuovo libro di Vittorino Andreoli, palombaro della psiche e dell’anima con la sindrome della macchina da scrivere, che si esercita in un diario intimo, personale, non letterario, non proustiano, per diagnosticare la crisi degli ideali, scalzati da egoismo, indifferenza e cattiveria.

Dialogando coi pensieri il medico dei matti (spesso più normali dei sani) ricostruisce un’architrave della democrazia e offre un antidoto alla rassegnazione: chi pensa con la propria testa è libero, non è schiavo della società degli inganni che ci vorrebbe tutti replicanti docili e servili. Attraverso un oggetto smarrito, la cara e vecchia agenda, resuscitata tra le cose morte e usata come il bastone del rabdomante, Andreoli definisce giorno dopo giorno un perimetro che non è solo personale, riguarda tutti. Tutti possono appuntare su un taccuino personale momenti di vita, emozioni, sentimenti, paure, desideri e poi rileggerli per misurare il tempo, che cosa è cambiato e che cosa è rimasto di vero, autentico e credibile intorno a noi.

Per il grande psichiatra che scrive La gioia di pensare. Elogio di un’arte dimenticata (Rizzoli) isolandosi nelle sue malinconie, la società si è piegata al peggio, non al meglio e «la caduta degli idioti ha sostituito quella degli eroi»: l’uomo oggi è in bilico come nella poesia di Ungaretti, «attaccato sul vuoto/ al suo filo di ragno». Rischiamo di essere automi, «assediati da inutili e nefaste stupidità»: cliniche per sani, pasticcerie per cani e gatti, perversioni comportamentali, falsità che diventano verità, anzi, postverità. Le grandi scienze del tempo sono la meteorologia e la dietologia: viviamo ossessionati dalle previsioni, la domanda «pioverà?» ha sostituito il classico «come stai?», i sacerdoti delle diete imperversano, basta dire che qualcosa fa male per scatenare psicosi e reazioni a catena.

Le parole di Andreoli scorticano, si abbattono sulla banalità dell’uomo di superficie in cerca di potere e bellezza, che tradisce se stesso e l’umanità a cui appartiene, avvertono che quando una società è corrotta scompare la morale e resta la paura. Se la gerarchia dei valori è imposta dal denaro, dal potere economico, l’uomo è un accessorio: «A cosa serve la scienza che allunga la vita se la società del business vuole eliminare i vecchi perché costano troppo»? La politica è in linea con il baratro . «È come se i ruoli di governo fossero in mano ai lupi». I referti di Andreoli non hanno freni inibitori. Berlusconi è il «paradosso dei paradossi». Matteo Renzi è un leader «tendenzialmente maniacale». Angela Merkel ha una «pericolosa deviazione hitleriana». Roberto Saviano è un «Nessuno che continua a parlare mentre dovrebbe tacere».

Il pessimismo è il piatto forte di questo diario-agenda ma lo sconforto è un invito alla sfida, a reagire, a usare l’indignazione per far crescere il senso della responsabilità, la cultura della memoria, il rispetto per le cose e le persone. È sempre meglio vivere che morire, dice Andreoli davanti ai suicidi che si accumulano, per solitudini, abbandoni, disperazione. Per questo bisogna curare la vita, promuovere il ben d’essere, darsi da fare e non (soltanto) twittare. Ci sono infelicità con le quali convivere, anche Andreoli ha le sue: «Ricevo stima e applausi, ma ciò che conta veramente per me pare essere totalmente ignorato».

A volte si sente un orologio impazzito. Guarda indietro e non ha fatto quello che doveva, guarda avanti e avverte la paura della fine. Poi però abbraccia la nipotina, gioca con lei e sente il bisogno di donarsi di più. I bambini sono il futuro: con loro si può costruire un’utopia. È questa la gioia di pensare. Immaginare di poter cambiare il mondo con l’esempio, con l’onestà, persino con un libro. A proposito, quanti ne ha scritti, Andreoli? Nell’agenda l’autore si fa questa domanda. «Non so fare altro», è la sua risposta. E se qualcuno insiste: professore, come fa a scriverne così tanti?, lui risponde: «Non vado mai dal barbiere». Anche gli psichiatri-scrittori indignati hanno bisogno di sorridere.

17 marzo 2017

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