Intervista: "I disturbi della mente sono tutti curabili"

Fonte:  SETTE Corriere della sera

17 Agosto 2017 | Anna Maria Speroni
foto di Roberto Caccuri

QUESTO NON LO SCRIVA
INTERVISTA CLASSICA

O quasi. Perché le terapie brevi funzionano e le ultime scoperte della scienza sono meravigliose, ma i farmaci sono ancora grossolani e il rapporto medico-paziente frettoloso. Uno psichiatra con mezzo secolo di esperienza spiega, rassicura e, già che c’è, si arrabbia con l'Italia "narcisa e masochista"

PENSARE STANCA. Ancora Vittorino Andreoli nel suo studio. Lo psichiatra ha lavorato in università inglesi e americane.


PROFESSORE, LA PSICHIATRIA oggi è… « Bellissima. Tutti i disturbi della mente sono curabili».

È ottimista.
«Non sono ottimista. Lo dicono i dati». Lo studio di Vittorino Andreoli è una grande sala semivuota in un palazzo del Cinquecento a Verona. Travi a vista, affreschi alle pareti. Lo psichiatra dei casi più neri della cronaca italiana, da Pietro Maso a Ferdinando Carretta, ha appena finito di scrivere I principi della nuova psichiatria (Rizzoli, in libreria dal 31 agosto): un libro snello, « un compendio dopo quasi 60 anni di lavoro in cui tutto è cambiato. Di fronte alla malattia ora sappiamo come dovremmo intervenire: il problema è che mancano i mezzi. È come se un chirurgo avesse ancora un coltello al posto del bisturi. Però ci sono state scoperte fondamentali».

 


La più importante?
«Il cervello plastico, cioè quella parte in cui si formano di continuo nuovi circuiti neuronali basati sulle esperienze: vuol dire che posso montarli e rimontarli, ricostruire quelli che governano il comportamento, scardinare il meccanismo di coazione a ripetere di un ossessivo, per esempio; le parlo dell’ossessività perché è uno dei disturbi che rispondono più in fretta».

 

Vittorino AndreoliLe terapie brevi funzionano?
«Sì. Prendiamo la fobia dell’aereo. Chi ce l’ha, collega il volo a un pericolo. Se si riesce a collegarlo a un piacere, sostituisco la gioia alla paura e il viaggio sarà sopportabile. La modificazione avviene in poche sedute, con un bravo psicoterapeuta».

 

È facile trovarne?
«Guardi: la situazione in Italia oggi è terribile».

 

La psichiatria è bellissima ma la situazione terribile?
«La formazione universitaria è decaduta. E tutto è schematizzato. La durata media di una visita è di 12-15 minuti. Cosa vuole che si capisca? Io con un paziente ci sto ore: per comprendere una personalità serve una relazione, ma per una relazione ci vuole tempo e questo tempo non c’è».

 

Colpa dei medici o della burocrazia?
«Colpa dei protocolli, nati per proteggere la classe medica dalle accuse di malpractice: se li segui e sbagli, la colpa non è tua; se non li segui, il paziente ha un motivo in più per fare causa. E se sapesse quante sono le cause per malpractice prenderebbe paura. Molte non hanno fondamento, tra l’altro. Ma questo complica la relazione medico-paziente e porta a una psichiatria minimalista proprio quando potrebbe essere ricchissima».

 

Potrebbe?
«I farmaci sono grossolani: siamo ancora fermi alle quattro famiglie scoperte tra gli anni 50 e 60. Le abbiamo allargate, ma non abbiamo aumentato il loro numero. D’altra parte è un campo difficilissimo. Il cervello è come la materia oscura dell’universo: ne conosciamo il 5 per cento. Lo sa quanti neuroni ha lei?»

 

Non ne ho idea. Spero ne sia rimasto qualcuno.
«84 miliardi. Ma la parte più straordinaria sono i punti di connessione: alcuni neuroni ne hanno fino a 10mila. E voi che pensate che la rete sia internet… In confronto il suo telefonino intelligente fa ridere. Sono le connessioni a fare la differenza. Per questo è importante trovare farmaci specifici che le favoriscano».

 

I farmaci sono anche molto criticati.
«Sfido chiunque a dire che non siano indispensabili. Farmaci, psicanalisi e psicoterapia devono lavorare insieme. In percentuali diverse a seconda dei casi, ma servono tutte e tre».

 

A volte il disagio spinge non verso specialisti ma verso figure da cui dovremmo scappare di corsa: guru, terapisti improvvisati, pseudo mental coach.
«L’origine del disturbo mentale è il disadattamento, il senso di esclusione, la paura. E nella paura c’è bisogno dell’altro».

 

Anche quando le sue promesse sono chiaramente false?
«Le fake news della mente dicono sempre che se farai la tal cosa ci sarà una metamorfosi. Guarirai subito. Un suggerimento magico, e ci provi anche se non ci credi: è talmente invitante. Il corso di sciamanesmo in una settimana, quello per la memoria in 4 lezioni, cosa ci perdi? Prova a dire che di lezioni ce ne vogliono 72 e vedi in quanti rimangono. Bisognerebbe parlare più di scienza, invece, quella seria: non sarà la verità, ma dà punti di riferimento».

 

A quale patologia si sente più vicino?
«La depressione. La tristezza non è depressione ma appartiene allo stesso vissuto, e so cosa vuol dire».

 

Cesare Lombroso, anche lui veronese, alla fine dell’800 diceva che la personalità si intuisce dall’aspetto fisico. Cosa avrebbe intuito di lei?
«Mi avrebbe ricoverato. Ho tre caratteristiche che gli avrebbero tolto ogni dubbio: le sopracciglia folte e ravvicinate, che ricordano un primate; una bozza frontale, segno gravissimo; e i capelli con un’impalcatura strana: crescono in orizzontale».

 

È vero che non crede nella psicanalisi?
«No, anzi. Sono stato il primo a far entrare gli psicanalisti nei manicomi: le parole curano. Ma non malattie come la schizofrenia».

 

Lei ci è mai stato, in analisi?
«No, mai».

 

Neanche da sua moglie, che è psicanalista freudiana?
«No. Forse mi ha curato amorevolmente senza dirmelo. Ma il lavoro non è uno degli elementi su cui si fonda la nostra relazione. E siamo sposati da 49 anni».

 

“Mio padre è stata l’unica persona che ho amato davvero”, ha detto in un’intervista. Le sue tre figlie cosa ne pensano?
Non era questo il senso. Mio padre è sempre stato il mio punto di riferimento, il mio eroe. Sul comodino ho la sua foto ed è la prima persona che saluto al mattino. Aveva un’impresa edile e aspettava che prendessi il suo posto. Invece un giorno gli dissi che avrei fatto il medico».

E lui?
«Non mi ha detto no ma dopo un po’ ha chiuso l’azienda. Mi ha insegnato a non accettare compromessi: ho sbagliato, ma ho sempre fatto solo ciò in cui credevo».

 

Quali sbagli?
«Errori di percorso. Molti anni fa mi proposero una cattedra ad Harvard. Vivevo già là, con un incarico provvisorio. Ma mia moglie non si trovava bene in America: quando le dissi della novità mi rispose “Vittorino, sono contenta per te perché lo meriti ma io e le mie figlie torniamo a casa”. Tornai anch’io ma due anni ad Harvard li avrei fatti volentieri, anziché ripiegare su un laboratorio italiano la cui qualità era un decimo. Poi ho qualche piccolo rimpianto legato a mio padre: mi sarebbe piaciuto passare più tempo con lui, non immaginavo che sarebbe mancato cosi presto. Quando è successo pensavo che non ce l’avrei fatta, da solo».

 

Dato che si occupa di matti da quasi 60 anni: in Italia come stiamo a follia? Vittorino Andreoli
«E' un Paese malato. Masochista. Portato alla lotta e all’inimicizia. Narciso».

 

La cura?
«Non si può chiedere a uno psichiatra, io ne curo uno alla volta. Posso dire però che non c’è più differenza tra normali e folli. Una volta erano compartimenti stagni: chi era pazzo lo era sempre, oggi puoi essere un santo al lavoro e un pazzo a casa. E la follia non è più uno stigma. Negli anni 60 andavo sempre a pranzo con un gastroenterologo: quando entravamo in trattoria era pieno di suoi pazienti e tutti lo salutavano; i miei nascondevano la testa nella minestra. Adesso dire “il mio psichiatra” è quasi uno status symbol».

 

Ne è lusingato?
«Ma si figuri. Una volta venne in studio una grande dame d’Italia che avevo in cura. Mi disse sto meglio, sono contenta. Però non ho preso tutti i farmaci che mi ha dato, mi sembravano troppi… Le ho risposto: quella è la porta».

 

Un filo intollerante.
«Mai abbastanza! È una paziente mia e fa quel che vuole? O c’è fiducia o non funziona niente. La professione è stata la mia religione. Io li ho amati, i matti, e non è scontato: potrei raccontarle di un collega, molto noto, che non li toccava neppure e li visitava solo con qualcuno vicino. Quasi fobia».

 

Ha sempre detto che la gente ha paura della malattia mentale più che di ogni altra. Anche lei?
«No: mi spaventano di più i danni fisici. Anche l’Alzheimer, e quello ancora non si cura. Ma ho fiducia nella scienza: ormai anche la psicanalisi si arricchisce dei dati della biologia. Pensi ai neuroni specchio scoperti da Giacomo Rizzolatti, che si attivano quando compiamo un’azione e quando guardiamo la stessa azione compiuta da un altro: la psicanalisi non può non tener conto della neurochimica».

 

Più che neurochimica sembra un po’ magia.
«Be’, l’ho sempre detto che siamo un po’ più complicati dei robot…».

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